Reddito di emergenza: “Quelli che ballavano erano considerati pazzi da quelli che non sentivano la musica”

› Scritto da Jacopo Gasparetti

Partiamo da un dato. Secondo le stime preliminari provvisorie dell’Istat, nel 2019 in Italia il 6,5% delle famiglie e il 7,8% degli individui vivono in condizioni di povertà assoluta. Numeri in calo rispetto al 2018, quando rispettivamente erano il 7,8% delle famiglie e l’8,4% degli individui.

Ma il dato più significativo – pubblicato sempre dall’Istat pochi giorni fa nel rapporto SDGS 2020 sugli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu – è rappresentato dalla conferma che i miglioramenti degli ultimi anni ancora non consentono di ritornare al livello percentuale del 2010, quando soltanto il 4,3% della popolazione italiana viveva in povertà assoluta.

Numeri che non possono non farci riflettere e che sicuramente vanno contestualizzati. Il 2020 non sarà l’anno della rinascita. Ormai è chiaro. Ma potrebbe essere l’anno dell’occasione. Il Coronavirus lascerà dei vuoti enormi nella nostra economia – che mai come oggi si conferma assai “fragile”, per usare un termine tipico del grande filosofo e saggista Nassim Nicholas Taleb.

“Come hai passato la quarantena? E in che modo hai vissuto l’obbligo di restare a casa? Hai avuto paura? Hai perso qualche affetto? Conosci qualcuno che lo ha avuto questo maledetto virus?”. Queste sono probabilmente alcune delle domande più frequenti che le persone si stanno rivolgendo da ieri mattina, da quando il lockdown si è parzialmente concluso e circa 800mila attività hanno rialzato la serranda, tornando a riassaporare la normalità, sempre se di “normalità” vogliamo parlare.

Nel frattempo, il governo italiano ha approvato in Consiglio dei ministri il tanto atteso “decreto Rilancio”. 55 miliardi in termini di deficit (indebitamento netto), 155 miliardi in termini di saldo netto da finanziare.

I 55 miliardi, uniti ai 20 miliardi di indebitamento introdotti con il decreto “Cura Italia” del 17 marzo scorso, fanno salire le risorse reperite in deficit a 75 miliardi di euro.

Circa 10 miliardi per rifinanziare la Cassa integrazione, oltre 4 miliardi per il bonus autonomi e circa 500 milioni per il sostegno di colf e badanti. Uno stop all’acconto Irap da 4 miliardi e circa 6 miliardi per i ristori a fondo perduto delle Pmi, più sgravi per gli affitti e tagli alle bollette. E ancora, 2 miliardi per gli interventi per far ripartire le attività produttive e i negozi adeguandosi alle norme di sicurezza. Ci sono anche 2 miliardi per le misure fiscali, 2,5 miliardi per il turismo e la cultura, 5 miliardi per Sanità e sicurezza. Per l’agricoltura 1 miliardo e 150 milioni, bonus vacanze fino a 500 euro, 1,5 miliardi per la scuola, oltre 1 miliardo per l’Università e la Ricerca ed infine 1 miliardo per il Reddito di emergenza.

Una manovra poderosa, unica nella storia della Repubblica italiana, molto criticata dalle opposizioni che l’hanno considerata insufficiente e troppo appiattita sull’assistenzialismo.

E qui sorge una riflessione. La principale narrazione critica sul decreto è quella che lo qualifica come provvedimento unicamente assistenziale, che si basa solo su contributi a pioggia e che non dà un’indicazione di prospettiva. Come se aiutare le famiglie in difficoltà o le imprese a corto di liquidità sia un’operazione superflua. Gli interventi cosiddetti “assistenziali” o “a pioggia” altro non sono che doverose reti di protezione per provare a sostenere e rafforzare tutte le categorie e ai settori più penalizzati dagli effetti economici del virus. In un momento difficile come quello che stiamo vivendo, in cui ogni mese perdiamo due punti percentuali di Pil ed ogni giorno decine di imprese chiudono definitivamente i battenti, l’aiuto serve. Senza ombra di dubbio.

Restando sempre sul decreto, come redattore di Change The Future e come uno dei firmatari della lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – pubblicata proprio sulla nostra piattaforma -, non posso non denunciare un aspetto che in tante e tanti abbiamo verificato: in tutto il decreto, oltre 250 articoli, non c’ètraccia della parola giovani. Ancora una volta nell’agenda di questo governo, le ragazze ed i ragazzi non sono stati presi sufficientemente in considerazione. Oltre ai miliardi per Scuola e Università (un grande risultato), oltre ai discorsi fatti su come il Paese debba ripartire dando fiducia alle nuove generazioni (lo ripetiamo da mesi quindi assolutamente condivisibile), oltre agli importanti finanziamenti a Start up e Pmi innovative – realtà imprenditoriale in cui i millennials investono tempo, denaro e passione – manca sempre quell’atto di coraggio in più.

Gli stagisti? I tirocinanti? I diritti dei rider? E un aiuto per chi paga affitti stellari? Un sostegno per i fuorisede? E che fine devono fare tutti quei ragazzi che lavoravano in nero per pagarsi gli studi? E se volessimo tornare a parlare di cambiamento climatico? Un tema che non si è volatilizzato nel nulla e che continuerà sempre di più ad incidere sul nostro presente e sulla vita di tutti i giorni?

Dovrebbero essere circa mezzo milione i giovani senza alcun tipo di sostegno. Sono poche le Regioni che si sono mosse per aiutarci: tra queste il Lazio, la Toscana e l’Emilia-Romagna. Ad esempio, tra le Regioni che hanno ignorato stagisti e tirocinanti, c’è quella che vanta il numero maggiore di giovani in queste condizioni – La Lombardia – con 75mila giovani rimasti senza alcun tipo di sostegno.

Probabilmente l’unico spiraglio per chi si trova in questa situazione rimane quella del Reddito di emergenza, anche se per accedervi bisogna rientrare in determinati parametri.

Il Reddito di emergenza è stato pensato appositamente per sostenere tutti coloro che non rientrano nelle tutele della Cassa integrazione e dell’indennizzo per gli autonomi. Insomma, per tutelare tutte quelle persone che non sono state coperte da altri bonus o da altre misure di supporto. L’importo è tra i 400 e gli 800 euro mensili per un bimestre, riservati ai nuclei familiari con Isee inferiore ai 15 mila euro. La misura viene finanziata nel 2020 con 1 miliardo e coprirà le necessità di circa 3 milioni di persone.

La pandemia in cui ci troviamo – la dipingo come fosse un limbo dantesco in cui dondoliamo “tra color che son sospesi” – ci ha rivelato come anche in una fase grave come questa noi non stiamo sulla stessa barca. Il coronavirus ci ha ricordato quanto noi nell’emergenza non siamo tutti uguali.

Il sistema Paese non risponde allo stesso modo. E invece tutti hanno il diritto ad esistere, ad essere tutelati e protetti dalle malattie e soprattutto dalla povertà. E questa affermazione caratterizza una visione del mondo che purtroppo non è comune a tutti. Perché chi prima del Covid-19 era convinto che vigesse la regola del più forte oggi lo crede ancora di più. E chi invece si è sempre battuto affinché il sommerso fosse sempre meno sommerso, che l’invisibile diventasse sempre più visibile, e che il povero e il diverso non fossero emarginati ma resi parte integrante della società, oggi si sente minoranza. Ma non è così. Questa è la differenza sostanziale che ci deve permette di orientarci politicamente nell’emergenza. Non perdere la bussola che ci caratterizza, non abbandonare le battaglie e le sfide che prima del lockdown portavamo avanti con dedizione e con passione. Continuiamo a dare voce e credito, e noi Changers lo facciamo qui su questa piattaforma-megafono, a chi antepone il noi all’io, a chi costruisce tessuto sociale, a chi parla di giovani, di speranza, migranti, diritti, lavoro, salari, femminismo.

Chi ha di meno deve essere aiutato. Chi nasce povero, non ci nasce per volontà.  E per questo è giusto tornare a parlare di reddito universale, di salario garantito, di reddito di base. Dare un reddito incondizionato a ogni persona per sconfiggere la povertà è una battaglia importante ed è giusto che siano anche i giovani a portarla avanti. L’era del coronavirus, poeticamente declinata in questo modo, ci deve far aprire gli occhi una volta per tutte prima che sia troppo tardi. Abbiamo davanti sfide difficili, molte quasi impossibili, ma soltanto con la giusta presa di coscienza potremo realizzare quei sogni che ci sembrano così giusti.

Saremo presi in giro? Saremo appellati come i soliti idealisti che se ne fregano? Saremo chiamati “buonisti” perché inorridiamo di fronte a chi lascia morire la gente in mare? Saremo sbeffeggiati perché schifiamo la guerra e detestiamo l’ingiustizia? Forse, ma “quelli che ballavano erano considerati pazzi da quelli che non sentivano la musica”.

Concludo con uno spunto offerto dalla serie televisiva Skam Italia, che mi ha colpito e che rappresenta in pieno il vulnus di questo breve articolo: “Una volta hai scritto in un tema che siamo tutti convinti di andare verso il cielo, ma non ci accorgiamo che in mezzo c’è il soffitto. Però pensavo, che se saltiamo tutti insieme, questo soffitto lo sfondiamo”.