“Non lavate questo sangue”: cosa resta del G8 di Genova, vent’anni dopo

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È una calda sera di fine luglio. Nelle scuole Diaz-Pertini e Pascoli un gruppo di giovani sta riposando dopo una giornata di proteste. Siamo a Genova, nel centro di coordinamento del Social Forum, cuore pulsante del movimento che nel 2001 manifestava per un G8 – e, di riflesso, un intero mondo – più giusto, per tutti. Alla mobilitazione partecipano sindacalisti, attivisti, giornalisti, ecologisti, movimenti cattolici, migranti, studenti, intellettuali di diverse nazionalità. Il mondo sta vivendo un risveglio doloroso: alla soglia del 2000, il movimento No-Global inizia a intravedere il futuro che le classi dirigenti stanno delineando per tutti gli altri. Al G8 sembra prendere forma un futuro oligarchico, nel quale la tanto auspicata economia globale è orchestrata dai potenti, pochi. Le sorti della giustizia sociale, dei diritti per tutti, dell’equità sono ignote. Le proteste sembrano l’unica via possibile per riportare la democrazia in auge e difendersi da un consumismo cieco, sordo e sfrenato. 

Si fa sera, per qualche ora l’indignazione è sopita, sostituita dal torpore. Nel cuore della notte, la quiete viene squarciata dall’irruzione dei carabinieri, seguiti dalla Polizia. Nessuno dei protestanti oppone resistenza, eppure 93 attivisti vengono picchiati, e dopo il pestaggio ci sono 61 feriti di cui tre in prognosi riservata e uno in coma. Durante gli accertamenti, come ennesimo scempio, si sentirà parlare di “ferite pregresse”. A questo evento seguono 13 anni di processi giudiziari, assoluzioni e casi finiti in prescrizione. Sembra quasi impossibile districare del tutto la matassa di eventi avvenuti a Genova nel 2001. 

Nel frattempo, fortunatamente, la Corte Europea si fa sentire, condannando lo Stato italiano a risarcire le vittime e chiamando le azioni delle forze dell’ordine con il loro nome: tortura e punizioni inumane. A differenza della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la legge italiana si rivela non in grado di scongiurare e punire adeguatamente gli abusi a opera delle forze dell’ordine. 

Sono passati vent’anni dalla “macelleria messicana”, come la definì il vicequestore Michelangelo Fournier. È fruttuoso, oltre che doveroso, interrogarsi sull’entità e sul significato che assume oggi l’eredità lasciataci da tale evento. Il primo fatto, sicuro, fondamentale, palese: il seme piantato dai manifestanti del G8 di Genova non è morto, ma continua a prosperare. 

Oggi in Italia il sistema giudiziario riconosce il reato di tortura. Un altro cimelio prezioso che ci resta dopo i “fatti di Genova” è la consapevolezza che gli abusi perpetrati dalle forze dell’ordine non sono casi isolati né coincidenze. La contestualizzazione delle violenze compiute dalla Polizia è d’obbligo, ma troppo spesso è parziale, faziosa, o finalizzata ad adombrare un problema sistemico con il quale conviviamo spesso apaticamente. Per questo il dibattito sull’introduzione dei codici identificativi per gli agenti di polizia è così acceso: la folla in divisa, sfocando le virtù e le responsabilità del singolo, ha un pericoloso potere de-individualizzante. 

Gli eventi del 21 luglio 2001 sono solo una goccia nel mare dei “fatti del G8 di Genova”, non un singolo caso di follia collettiva ma un fondamentale tassello nella memoria collettiva che ha segnato per sempre la storia delle contestazioni occidentali. 

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