Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir: stop al Terricidio

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È in corso una lotta ecofemminista in Argentina partita con una marcia di donne arrabbiate e deluse di fronte al #Terricidio che sta avendo luogo in Sud America. Il Terricidio, crimine non ancora riconosciuto, riguarda l’assassinio della Madre Terra e delle diverse forme di vita. L’obiettivo del movimento è quindi quello di porre l’attenzione nei confronti del modello di sviluppo argentino, che non rispetta le comunità indigene presenti nel territorio ancora prima che l’argentina stessa si costituisse in una nazione. Les Mujeres Indigenas, movimento al quale aderiscono le 36 nazioni indigene preesisenti nel territorio argentino, si sono messe in marcia il 14 Marzo arrivando a Buenos Aires il 22 Maggio, che ora sarà ricordato come il Dìa Global de Lucha: giorno in cui viene chiesto al governo argentino di fermare l’ecocidio in atto e di riconoscere il terricidio come un crimine contro la natura e contro l’umanità. Queste guerriere, donne guardiane dei territori indigeni, hanno dato vita a questo movimento femminista e ambientalista, riassunto nello slogan ‘sembraron terricidio, cosecharàn rebeliòn’, ovvero ‘seminarono terricidio, raccoglieranno ribellione’.

 La co-fondatrice Moira Millán afferma che l’iniziativa nasce dalla consapevolezza della “condizione di essere donne indigene”, motivazione per cui non vogliono “la tutela né di uomini maschilisti o patriarcali né del femminismo bianco”.

Come siamo arrivati a questo?

Lo scorso marzo, tra le province argentine di Chubut e Rìo Negro sono scoppiati molteplici incendi che hanno provocato la distruzione di ettari di foresta, centri abitati e territori indigeni. A riguardo, lo Stato afferma si tratti di una condizione provocata da una noncuranza ambientale da parte delle comunità indigene coniugata a fattori meteorologici. La versione dei gruppi indigeni è però differente: i disastri ambientali sarebbero infatti provocati da uno sfruttamento istituzionale del territorio relativo all’estrazione di minerali e alla costruzione di dighe per l’energia idroelettrica. Molteplici sono infatti i territori distrutti da miniere e piantagioni intensive e altrettanti i fiumi inquinati dalle acque di processo. Da notare che molte sono state negli anni le rivolte delle comunità indigene a favore di uno stop a questo ecocidio, ma sono state brutalmente represse. Queste donne lottano inoltre per ottenere un riconoscimento dei drammi che hanno vissuto sulla loro pelle decenni: atti di subordinazione della donna come il Chineo, per esempio, una pratica di stupro ai danni delle bambine indigene di etnia wichis che viene realizzata perchè considerata un rito di passaggio.

Per questo oggi le donne marciano, sono in strada per curare la loro terra e nella speranza di veder nascere una nuova cultura che sia eco compatibile e che riconosca il diritto alla vita di queste comunità. Stiamo parlando di donne che hanno sofferto drammi misogini e razzisti, e oggi danno voce alla lotta ambientalista, riconoscendo lo sfruttamento della propria terra davanti l’indifferenza delle istituzioni. È un argomento fino ad oggi sottovalutato al quale dobbiamo prestare un’attenzione particolare al fine di estendere l’appello di queste attiviste che sono costrette a lottare contro una violenza istituzionale che ha le sue radici nella formazione dell’Argentina stessa, nazione accusata di razzismo, negazionismo e colonizzazione genocida.

A tal proposito, il 12 Giugno scorso la polizia Capitanich nel quartiere di Los Silos ha assassinato José Lagos, un adolescente Qom di 14 anni, nella totale impunità. Le donne del movimento affermano che non sia un caso che siano uccisi sistematicamente i loro bambini e giovani, il genocidio indigeno non è finito e chiedono dunque giustizia per la famiglia del ragazzo.

“Affrontare il freddo senza risorse è #terricidio”

Un altro esempio di cosa è il Terricidio, inteso come crimine contro la Terra e contro l’Umanità ci è offerto dall’attivista Delia Naporichi di #NacionQom. Delia ci mostra la cruda realtà dei Tobas, anche conosciuti come Qom, un gruppo etnico del gruppo Pampean che vive nel Chaco centrale, in Sud America. La sostenitrice del movimento fa luce sulla necessità di una mensa per i bambini della sua comunità a Quitillipi, nel Chaco. Dalle sue parole emerge la condizione di emergenza in cui vive questa comunità a causa delle basse temperature e della mancanza di risorse per sostenerle. Sono infatti recentemente morti tre anziani a causa del freddo, situazione a cui queste persone non sono abituate. Delia lancia un appello sperando nella solidarietà internazionale, affinché possano giungere nel Chaco cappotti, coperte, e legna da ardere.  Al momento, nel territorio è presente una mensa multinazionale che prende il nome “Les niñes feliz’’ ma questa risulta insufficiente per garantire un aiuto a tutte le famiglie e i giovani in difficoltà, sono infatti necessarie maggiori risorse.

In Italia esistono alcune associazioni che sostengono la protesta, come l’associazione Ya Basta! Nata a Padova nel 1999, il focus di molti loro progetti è il rispetto del fondamentale dell’equilibrio naturale che non deve essere alterato nei processi di sviluppo delle comunità. Iniziative locali e internazionali nelle quali l’associazione si è impegnata riguardano l’accesso alle risorse basilari come l’acqua e la possibilità di realizzare un modello di consumo a basso impatto ambientale che preveda un accesso autonomo all’energia.

Abbiamo oggi la necessità di dar vita ad un nuovo modello di sviluppo che sia in grado di migliorare le condizioni di vita delle comunità svantaggiate rispettando l’attuale crisi ambientale. È dunque nel corretto rapporto uomo-natura che le attività di sviluppo devono farsi strada, grazie ad una cooperazione politica, economica, sociale e culturale.

La speranza? Che questo cammino sia plurinazionale!

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