Quello che la musica può (e non può) fare: riflessioni post “Concertone”

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di Lucrezia Agosta ed Emanuele Polzella

Cosa c’è di più inclusivo del più grande evento gratuito di musica dal vivo in Europa? 

In un momento in cui i biglietti per gli eventi, soprattutto quelli musicali, aumentano vertiginosamente, e da Hollywood a Roma i lavoratori dello spettacolo protestano per le condizioni di lavoro e la gestione della cultura, il Concertone del Primo Maggio continua a dimostrarsi uno degli eventi più attesi dell’anno. 

Anche noi, rappresentanti di Change the Future e del Movimento Giovani per Save the Children, eravamo tra gli spettatori e le spettatrici che hanno deciso di sfidare la pioggia e assistere al Concertone. Armati di pass, microfono, e ombrello, abbiamo chiesto agli artisti e alle artiste che messaggio volessero lasciare ai giovani e cosa augurassero loro in futuro. 

Abbiamo deciso di porre loro queste domande una volta letto che la linea artistica di quest’anno sarebbe stata “Ascoltiamo il futuro nel tentativo di raccontare il presente della fervente scena musicale nazionale, immaginandone il futuro”, ma, al termine di questa esperienza, quello che io mi chiedo è che cosa dovremmo ascoltare?

Sin dai cantanti e dalle cantanti più giovani che hanno aperto il concerto nel primo pomeriggio, sul palco le note musicali si sono alternate a parole di denuncia, incoraggiamento, e pace. Diritti umani, morti sul lavoro, maternità, antifascismo, inclusione, questi sono solo alcuni dei temi centrali che sono stati proclamati a gran voce davanti a chi era presente tra il pubblico e a chi ascoltava da casa. Messaggi che hanno raggiunto le orecchie di cifre vertiginose se si considera che alle sessantamila persone presenti a Circo Massimo va aggiunto un picco di oltre due milioni di telespettatori durante la serata. 

Se ci si vuole ridurre a una quantificazione degli ascolti, quindi, il Primo Maggio sembra aver più che raggiunto il suo scopo. Tuttavia, un’analisi qualitativa rivelerebbe una situazione ben diversa. 

Dallo “Stop al genocidio” di Ghali a Sanremo, alla partecipazione a Eurovision di Eden Golan, che attualmente rappresenta Israele a Malmö, la politicizzazione degli eventi musicali e il loro farsi megafono e specchio di momenti di crisi e tensione è l’argomento caldo dell’anno. Tra Sanremo, Eurovision (che, ricordiamo, essersi apertamente dichiarato apolitico), e il Concertone, i tre spettacoli più attesi dal pubblico italiano, è però proprio il Concertone del Primo Maggio, quello che per natura dovrebbe essere il più politico di tutti, ad apparire anche il più debole.

Certamente, nessuno potrebbe rinnegare l’importanza dei temi sollevati e dei messaggi pronunciati, ma il loro ruolo sembra, sempre di più, quello di fungere da intermezzo tra una canzone e l’altra. Cosmo che solleva la bandiera palestinese, Noemi ed Ermal Meta che lanciano un appello contro la condanna a morte del rapper iraniano Toomaj Salehi, Geolier che dà una voce a chi viene maltrattato in carcere, per la stampa italiana si tratta di incisi da riportare tra il racconto di Leo Gassman che balla con sua madre e quello di Ermal Meta che, cantando “Hallelujah” di Leonard Cohen, fa uscire il sole. Un reportage ben lontano da quello che a febbraio ha acceso il dibattito sulla presenza, e sulla censura, della politica a Sanremo, e quello che attualmente invece discute del 39% di voti che il pubblico italiano avrebbe conferito a Eden Golan durante la seconda semifinale, e dell’allontanamento del cantante olandese Joost Klein dall’evento per un “incidente” ancora riservato. 

Allora tocca chiedersi, in un festival diviso tra TV e piazza, tra politica e canzoni, che cosa dovremmo ascoltare e a che cosa dovremmo rivolgere le nostre attenzioni: le nuove hit estive, o le proclamazioni sui diritti umani, dei lavoratori, e delle lavoratrici?

La giornata del concertone del primo maggio è attesa da migliaia di italiani, romani ed europei. L’Italia porta il grandissimo vanto di condurre da decenni l’evento di musica gratuita dal vivo più grande d’Europa, e tenendosi il giorno della festa dei lavoratori nasce necessariamente come evento politico. Nel tempo ha fatto fede al suo ruolo in molteplici occasioni (la più recente il monologo di Fedez sul palco del 2021, dove il rapper ha condotto un’azione di attivismo in favore del DDL Zan, poi affossato dalla XVIII legislatura, e la tutela della comunità LGBTQIA+), ma tutto si può dire tranne che le ultime edizioni abbiano continuato con questa profonda politicizzazione.

L’Italia è ormai, malgrado l’articolo 21 della costituzione, un Paese vittima della censura, soprattutto nei confronti degli organi stampa, grazie anche alla recentissima abolizione della Par Condicio da parte del Governo Meloni. 

La stessa televisione di stato, che era oltretutto main media partner del Concertone, da mesi impedisce ai giornalisti di fare il loro lavoro e garantire un’informazione parziale, motivo per il quale schiere di lavoratori che aderiscono all’USIGRAI, il sindacato dei giornalisti dell’emittente, scioperano ormai quasi su base settimanale. 

Perfino sui palchi, la sensazione è che la libertà di parola sia ormai inesistente. Lo stesso Ghali, dopo le sue affermazioni sull’Ariston è sparito dalla televisione, dai radar della stampa, e se da una parte il suo “martirio” dona per noi che operiamo nell’informazione e nell’attivismo un insegnamento e un messaggio particolarmente importante, ovvero quello di sostenere sempre le proprie idee e non cedere al “sistema”, da un’altra parte ci fornisce una sorta di monito: se vogliamo lavorare, dobbiamo stare attenti alle nostre parole.

Ma il moto insurrezionale ormai non si può fermare, e molti cantanti lo hanno dimostrato, a Sanremo (Ghali, Diodato), all’Eurovision (Eric Saade, Marina Satti, Joost Klein, Bambie Thug), ma anche al Primo Maggio, dove la cantante Etta, cantando la sua “Game Over” ha urlato game over agli omofobi, ai fascisti, ai razzisti e “a chi non riesce a definirsi antifascista”. 

Quando l’abbiamo confrontata sul perché di questa sua scelta, conoscendo il panorama in cui la sua esibizione si colloca, ci ha risposto con un sorriso: “Perché io ho il c***o grosso”.

Questa è ormai l’Italia, questa è ormai l’Europa, dove chi usa la musica per il motivo per cui la usava Fabrizio De André e molti altri, ora viene censurato, calpestato, soppresso sotto il tacco di un’egemonia estera. 

Dove la televisione nazionale legge a sorpresa il comunicato, non rivisto da nessuno, dell’amministratore delegato dove si comunica soltanto la solidarietà a Israele, un Paese che sta mettendo in atto dal 7 ottobre, giorno dell’attacco terroristico di una delle milizie filo-Hamas che ha portato alla morte di 256 coloni israeliani, un genocidio ai danni di due milioni di persone, un genocidio ai danni di due milioni di persone, di cui il 47% sono solo bambini. Dove la stessa emittente, pagata dai cittadini, censura il monologo di un pensatore antifascista il giorno della liberazione e attiva un procedimento ai danni della giornalista che quelle parole le ha prese in mano e ha avuto il coraggio di dirle ad alta voce davanti a tutti gli Italiani. 

Viviamo in una distopica era orwelliana, dove persino il poter parlare e il potersi esprimere diventa utopico, dove cercano di convincerci che i pezzi di nastro adesivo che ci tengono ammanettati siano cerotti lenitivi, che toglierci lo scotch dalla bocca non sia necessario adesso, mentre generosamente ne impilano altri pezzi sopra con rigorosa precisione. 

Credit foto: Instagram @primomaggioroma