I centri antiviolenza rischiano di restare soli: “Le parole non bastano”

› Scritto da Ygnazia Cigna

“Per molte donne #stareacasa non è un invito rassicurante. Il numero nazionale dei centri antiviolenza 1522 è attivo, #nonseisola”.
Recita così il messaggio che rimbalza sui social fin dall’inizio della quarantena per ricordare che l’emergenza coronavirus non ferma il sostegno alle donne vittime di violenza. Fin da subito sono emersi il timore e l’allarme dei centri antiviolenza sulla convivenza forzata, che rischia di determinare non solo un aumento del numero di episodi di violenza e l’aggravamento degli stessi, ma ulteriore inibizione nelle donne a chiedere aiuto. “Chiamateci, noi ci siamo!” è l’appello di Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, la rete nazionale che raccoglie 80 organizzazioni che gestiscono centri antiviolenza, rivolto alle donne.

I servizi per le donne vittime di violenza sono attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Chi rischia, però, di non ricevere la giusta attenzione da parte delle istituzioni sono proprio i centri antiviolenza. Riuscire a garantire tutti i servizi, mettendo in sicurezza sia le donne che chiedono aiuto sia i professionisti in prima linea nella gestione delle violenze domestiche e di genere, richiede fondi straordinari e collaborazione di tutte le istituzioni.

D.i.Re il 16 marzo ha scritto una lettera rivolta alla ministra per le pari opportunità Elena Bonetti evidenziando le problematiche nella gestione dei servizi a sostegno delle donne vittime di violenza durante l’emergenza.

Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, ci racconta la gestione del problema strutturale della violenza sulle donne in questo periodo.

Con le restrizioni istituite dal governo e le sui servizi dei centri antiviolenza, avete registrato un aumento o un calo delle richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza?

Inizialmente le richieste di supporto sono calate e a volte gli appuntamenti fissati via telefono o Skype sono stati cancellati, segno che in casa non c’è la tranquillità per parlare liberamente.

A partire dal 16 marzo D.i.Re ha avviato la campagna #noicisiamo sia sui social, sia attraverso i media, con la diffusione di un video che suggeriva quando chiamare in sicurezza il centro antiviolenza, cancellando poi la cronologia della conversazione, e  dove reperire i numeri dei centri D.i.Re. Sul sito della rete abbiamo predisposto una pagina dove sono disponibili tutti i numeri città per città, per facilitarne il reperimento: e le chiamate sono aumentate, come confermano i rilevamenti svolti tra il 2 marzo e il 5 aprile. Se nel 2018 la media mensile era di 1.643 richieste, in questo primo mese di lockdown le richieste sono state 2.867, con un incremento pari al 74,5%. Di queste il 28%, sono richieste di donne che si rivolgevano per la prima volta ad un centro antiviolenza della rete D.i.Re. Un calo significativo, se si considera che le donne che per la prima volta avevano fatto richiesta di supporto a un centro D.i.Re nell’arco del 2018 erano state ben il 78% del totale delle donne seguite durante l’anno. Solo il 3,5% delle richieste è stata ricevuta attraverso il 1522, il numero pubblico antiviolenza e antistalking.

Con le modifiche dovute alle restrizioni, qual è l’iter che si attua nel momento in cui viene segnalata una violenza?

Gli iter possono essere diversi, perché ogni donna vive una situazione diversa. In generale sono le donne a rivolgersi direttamente al centro antiviolenza, ma a volte le richieste di supporto arrivano dalle forze dell’ordine, o dai pronto soccorso, o dai servizi sociali. Tutto dipende dalla valutazione del rischio che le operatrici fanno insieme alla donna e dalla sua situazione personale, se ha o meno un alloggio sicuro dove trasferirsi, se ha o meno bambini/e. In base al rischio che la donna corre si decide il percorso, nel pieno rispetto della sua libertà di scelta. Se la decisione è di lasciare il maltrattante, le operatrici suggeriscono tutti i passaggi da fare, i documenti da portare con sé, come e quando attuare questa decisione in modo da non correre rischi. Troppo spesso, come insegna un gran numero di fatti di cronaca, il momento in cui una donna decide di interrompere una relazione violenta è anche il più pericoloso.

Con le restrizioni governative quali sono le difficoltà che i centri antiviolenza hanno riscontrato?

I centri antiviolenza sono rimasti sempre attivi. Di fatto non sono mai stati inclusi negli elenchi di servizi per i quali i DCPM hanno predisposto la chiusura: è un segnale importante perché vuol dire che sono stati considerati alla stregua di servizi essenziali. All’atto pratico, però, le cose sono andate diversamente. Per molte settimane, e in molte regioni ancora oggi, i centri antiviolenza sono rimasti soli, non sono stati forniti di presidi sanitari per evitare il contagio, hanno dovuto provvedere alle mascherine, ai guanti, alla sanificazione. Altre difficoltà ci sono state con le accoglienze in emergenza. Le case rifugio dei centri antiviolenza D.i.Re erano in gran parte già piene quando è stata istituita la zona rossa. Inserire nuove donne, senza aver prima escluso la possibilità di contagio, dopo almeno due settimane di isolamento, non è possibile. Abbiamo chiesto un supporto per reperire alloggi alternativi. Il Ministero dell’Interno ha predisposto la possibilità di accogliere le donne vittime di violenza negli alberghi requisiti per la quarantena, ma questa soluzione si è rivelata impraticabile, perché sono strutture nelle quali occorre registrarsi e dunque dove non è assicurato l’anonimato, condizione imprescindibile per la sicurezza. Diverse Prefetture erano impreparate alle richieste, non avendo individuato dei referenti per gestirle.

Successivamente alla lettera da voi inviata alla ministra Elena Bonetti gli aiuti da voi richiesti per la gestione dell’emergenza sono arrivati?

Da subito abbiamo chiesto l’istituzione di un Fondo straordinario per coprire le spese di sanificazione degli ambienti, l’acquisto di presidi sanitari, l’affitto di alloggi per poter accogliere le donne in emergenza nel periodo di quarantena. Il 2 aprile la Ministra per le Pari opportunità ha sbloccato i fondi del Piano nazionale antiviolenza relativi al 2019, che ancora non erano stati trasferiti alle Regioni, pari a 30 milioni di euro.

Di questi, 10 milioni sono stati dirottati sull’emergenza Covid. Abbiamo criticato questa soluzione per due ragioni: la prima è che si tratta di soldi relativi al bilancio dello scorso anno già destinati ai centri antiviolenza, che ora vengono sottratti a misure essenziali per supportare donne vittime di violenza, e non di fondi aggiuntivi come richiederebbe la straordinarietà della situazione che stiamo vivendo. La seconda è che queste risorse saranno distribuite attraverso le Regioni. E i meccanismi regionali per il finanziamento ai centri antiviolenza non sono omogenei. Ci sono enormi differenze tra regione e regione, con passaggi attraverso altri enti locali, quali le Province o i cosiddetti Ambiti territoriali che riuniscono più comuni, che dilatano i tempi di erogazione. In Lombardia poi numerosi centri D.i.Re sono esclusi dai finanziamenti perché la Regione ne condiziona l’erogazione alla comunicazione, da parte del centro antiviolenza, del codice fiscale delle donne seguite. Un dato che i centri D.i.Re si rifiutano di fornire, perché l’anonimato è un pilastro della nostra accoglienza. La Lombardia è stata per questo anche criticata dal GREVIO, il Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa, nel suo Rapporto di monitoraggio dell’applicazione della Convenzione di Istanbul in Italia, uscito a gennaio 2020.”

Percepite vicinanza da parte delle istituzioni nella gestione dell’emergenza?

Sicuramente abbiamo avuto delle dimostrazioni di vicinanza. Va in tal senso, ad esempio, la Circolare sulla Violenza di genere e la violenza domestica del Capo della Polizia Gabrielli, pubblicata il 27 marzo, che invita Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato a “rendere ancora più stretto il contatto degli Uffici e dei Reparti periferici con i centri antiviolenza e le case rifugio operativi sul territorio che costituiscono i più importanti recettori delle manifestazioni del disagio in questione”. Un riconoscimento importante, perché le forze dell’ordine fanno il primo passo, interrompono la violenza in atto, ma poi sono i centri antiviolenza che sostengono le donne nella riconquista della loro libertà e autonomia. Percepiamo però ancora come queste iniziative siano scollegate perché si continua a vedere la violenza di genere come ‘emergenza’ temporanea. La violenza contro le donne, purtroppo, è un fenomeno culturale e sociale strutturale, legato alla cronica disparità di potere tra uomini e donne, che va affrontato in maniera sistemica, come dice il Preambolo della Convenzione di Istanbul. Ci stiamo avvicinando alla Fase 2. Temiamo che alla fine della quarantena si registrerà una impennata di richieste di supporto ai centri antiviolenza. Per questo abbiamo attivato la campagna di raccolta fondi “Libere dalla violenza”, dove si può fare una donazione a sostegno dei centri antiviolenza della rete.

Prepararsi per tempo, coinvolgendo tutti gli attori in campo, può fare la differenza. Altrimenti i centri antiviolenza si ritroveranno di nuovo soli, nonostante i tanti riconoscimenti a parole.

Fonti utili da consultare:

https://www.savethechildren.it/blog-notizie/isolamento-da-coronavirus-violenza-domestica-e-violenza-assistita-cosa-sapere