Stereotipi razziali: perché “siamo” razzisti?

› Scritto da Soraya Avinotti

Dopo aver parlato degli stereotipi fisici, senza allontanarci troppo passiamo a parlare di quelli razziali. Gli stereotipi razziali, infatti, si fermano molto spesso al colore della pelle, ma alle volte traggono conclusioni anche in base alla nazionalità. Un esempio potrebbe essere: “Gli italiani sono tutti mafiosi”. Vi suona familiare? Oppure, “i rumeni sono tutti violenti”, “gli americani sono tutti razzisti”.

Sono definizioni che si fondano su eventi o fatti che, nel bene e nel male, hanno caratterizzato la storia di un Paese e che utilizzando il cosiddetto “fare di tutta l’erba un fascio”.

È la storia a fare da retroscena a questo tipo di stereotipi, non solo a quelli basati sulla nazionalità, ma anche a quelli riguardanti il colore della pelle. Gli stereotipi razziali nel senso più diretto del termine, li potremmo far risalire al periodo coloniale e alla generale arretratezza in cui i Paesi, di quello che oggi definiamo “Terzo Mondo”, sono stati trovati.

Questa condizione di arretratezza, le colonizzazioni e la schiavitù a cui sono state ridotte le popolazioni hanno fatto che sì che nella mente dei colonizzatori, i bianchi, rimanesse quell’idea di superiorità etnica che giustificasse lo sfruttamento delle altre razze. Ma se oggi le colonie non ci sono più, la schiavitù è dichiarata illegale e inumana (seppur in molti casi continua comunque a essere praticata) e, in generale, la situazione è differente, perché il fenomeno del razzismo continua?

Alcuni direbbero a causa dei “privilegi” che questo comporta per i bianchi, ma davvero negare un diritto ad un’altra persona costituisce un privilegio per un’altra? Siamo davvero ritornati al punto in cui i diritti sono una concessione?

Quante volte si sentono “battute” razziste senza dire nulla? Quante volte si sentono notizie su atti di razzismo? Quante volte, sentendo queste notizie, ci sembra di andare indietro nel tempo?

Notizie come quella, già citata in un precedente articolo, che arriva da Alessandria del 2019, dove una bimba di sette anni, africana, è stata discriminata su un autobus: “Qui non ti siedi”. Ebbene, non sembra di trovarsi negli States o in Sudafrica ai tempi della segregazione razziale degli anni ‘60? Invece ci troviamo in Italia, nel ventunesimo secolo.

Con il diffondersi della pandemia poi, gli atti razzisti sono anche aumentati, puntando però i “musi gialli” (in termini xenofobi), un po’ per pregiudizi, un po’ per ignoranza.

Cassola, provincia di Vicenza, febbraio 2020, è lo scenario dell’atto aberrante: un ragazzo di evidenti origini asiatiche è stato prima cacciato fuori da un bar perché «infetto»; successivamente è stato picchiato da un avventore del locale. Per questo motivo, molti ragazzi hanno lanciato la campagna “Non sono un virus”, in modo da sensibilizzare le masse.

Durante la quarantena il razzismo non si è fermato, così come non si sono fermate le guerre. L’odio non attende, non blocca la sua diffusione, ma anzi la continua prendendosi gioco della paura delle persone, spostando le loro tensioni verso qualcuno da incolpare.
In queste settimane ad essere protagonista non è però né il Covid-19, né gli asiatici, né un presunto colpevole per la diffusione del virus. Ad essere protagonista è la comunità nera, bersaglio preferito dai razzisti, insieme agli ebrei e gli asiatici, senza distinzioni quando si tratta di discriminazioni.

Da circa dieci giorni, a scuotere da cima a fondo gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale, sono le proteste per la morte di George Floyd, ennesimo caso di assassinio razzista. Ma la protesta inizialmente pacifica, che ha tanto l’aria di star per diventare una Guerra Civile dopo le parole del presidente Donald Trump, non si ferma a volere giustizia per il loro fratello George. I manifestanti vogliono avere pari diritti, vogliono dire che quando è troppo è troppo, che l’era del “white privileges” deve finire.

Da secoli le discriminazioni razziali continuano e, nonostante si siano fatti notevoli passi avanti, ancora questo fenomeno non ha fine.
Non è la prima volta che un omicidio razzista viene mascherato, o che un qualsiasi atto razzista viene lasciato passare.

Al fianco della protesta si sono schierati indistintamente donne e uomini di ogni colore e città. A livello mondiale si seguono le manifestazioni, gli hashtag #JusticeForGeorgeFloyd e #blacklivesmatter scalano i trend di Twitter, Instagram e i Social si sono anche schierati dalla parte di chi protesta. Celebrità mondiali, ma non solo, chiunque ne abbia avuto la possibilità, quando non possono unirsi alla protesta – come invece ha fatto la cantante Halsey – ricondividono stories e post per sensibilizzare sull’accaduto, petizioni e campagne di raccolta fondi.

Nelson Mandela diceva “No one is born hating another person […] People must learn to hate, and if they can learn to hate, they can be taught to love”.

Nessuno è nato odiando un’altra persona […] Le persone devono imparare ad odiare, e se possono imparare ad odiare, gli si può insegnare ad amare.

Se possiamo imparare ad odiare, scegliamo di amare e di imparare.


Qui sotto alcuni libri da poter leggere e account da seguire per sensibilizzarsi:
→Libri:
   -The Hate U Give, Angie Thomas
   -Why I’m No Longer Talking To White People About Race, Reni Eddo-Lodge
   -Dear Martin, Nic Stone
   -This Will Be My Undoing, Morgan Jerkins
   -Lettera ad un razzista del terzo millennio, Luigi Ciotti
   -Non sono razzista, ma…, di Federica Resta e Luigi Manconi
   -Contro il razzismo, quattro ragionamenti, di Marco Aime

→Account:
   –Blacklivesmatter, sito personale: https://blacklivesmatter.com/
   –Tia Taylor
   –Afroitaliansouls, sito personale: www.afroitaliansouls.it
   –Imstillalive

Foto Flickr Johnny Silvercloud