Trieste, nella “Lampedusa del Nord” l’impegno degli attivisti sanitari

› Scritto da Carmen Torretta

Ruolo cardine dell’informazione è quello di sminare i luoghi comuni e creare narrazioni reali e oggi con Beatrice di Strada SiCura, associazione di medici attivisti, abbiamo cercato di farlo con Trieste.

Geograficamente e storicamente città trans-frontaliera, Trieste oggi si congeda dal sistema di accoglienza e solidarietà che l’avevano contraddistinta. Beatrice ci racconta il cambiamento politico che sta colpendo la città e con la sua testimonianza capiremo come la frontiera stia perdendo i suoi connotati di fluidità.

È un discorso complesso che parte dagli accordi bilaterali italo-sloveni del 3 settembre 1996 che permettono a entrambi gli stati menzionati di respingere i migranti in transito irregolari. Nonostante la validità legislativa degli accordi sia ambigua e l’A.S.G.I., associazione degli studi giuridici sull’immigrazione, ci lavori da tempo, oggi questi respingimenti sono in continuo aumento sul confine italo-sloveno (e non solo).

Ma di quale flusso migratorio stiamo parlando? La rotta balcanica, una carovana continua di persone, che dalla Turchia arriva sulle isole greche e si sviluppa poi nei boschi dei paesi balcanici. Se resisti alla violenza sistematica delle autorità croate e bosniache, arrivi a Trieste, capolinea della rotta.

Strada SiCura nasce durante il lockdown e si inserisce in questa cornice volenterosa di prestare primo soccorso e non da meno di informare e orientare le persone sui servizi e le strutture presenti sul territorio. Beatrice ci spiega che «l’Help Center di Trieste è stato chiuso dichiarando alto il rischio di assembramento”. Ma “il Covid non deve essere la scusa per aumentare la marginalizzazione e la discriminazione nei confronti dei migranti. C’è stato un progressivo peggioramento sociosanitario, le persone rimangono in strada, nessun tavolo di discussione è stato aperto per gestire questa emergenza. Non c’è volontà politica”.

Sono trascorsi sei mesi da quando Strada SiCura è in piazza e gli episodi di tensione non sono mancati, come il giorno in cui al posto di un’ambulanza chiamata è arrivata una pattuglia dei carabinieri. Dov’è andato a finire il diritto alla cura e quale ruolo ha oggi? «Sono sbalordita», si sfoga Beatrice. «Sono un medico e il diritto alla cura è universale. Ti ricordi quando nel 2009 veniva approvato il Pacchetto Sicurezza, disegno di legge 733, che aboliva il divieto di segnalazione degli stranieri irregolari da parte del corpo medico? Quell’anno manifestammo tanto e in tante piazze italiane per ripristinare il divieto. Vincemmo».

Ma oggi forse ci stiamo preparando a una nuova battaglia. Il diritto alla cura è messo di nuovo in discussione, nonostante l’articolo 32 della Costituzione italiana e il comma 5 dell’articolo 35 del TU (Testo Unico sull’Immigrazione, 1998), tutelino e consentono l’accesso al Servizio sanitario nazionale a tutti. E per salute intendiamoci, salute fisica e psichica.

Il lavoro di Strada SiCura si unisce alle realtà associative di Linea d’Ombra ODV, Zeno, ICS, a collaborazioni con cooperative di minori stranieri non accompagnati, supportando anche il lavoro informativo di Border Violence Monitoring Network. «Siamo la Lampedusa del Nord», conclude Beatrice. «Lavoriamo con persone prive di tutela e colpevolizzate. Dobbiamo ribaltare la narrazione, eliminare ogni tipo di pietismo e assistenzialismo».