“Gener-Azioni di giustizia climatica e sociale”: una storia di partecip-azione giovanile

› Scritto da Irene Burlando

Change The Future ha partecipato in qualità di media partner all’evento indetto da FocSiv del 26 settembre a titolo Gener-Azioni di giustizia climatica e sociale”, una giornata di laboratori a tema sostenibilità, ambiente e partecipazione giovanile. L’evento ha raccolto giovani da tutta Italia «[…] con l’obiettivo di fornire gli strumenti per capire meglio la realtà sociale del cambiamento climatico ed essere in grado di agire in prima persona attraverso l’azione politica.» In questo articolo raccontiamo in particolare uno dei laboratori a cui abbiamo partecipato.

Roma – via Temistocle Calzecchi Onesti 5 – Basilica San Paolo fuori le mura. Sono le 10 dell’ultimo sabato di settembre 2020. L’evento si svolge all’interno di una scuola che ha prestato le sue aule all’allestimento di laboratori in modo tale da rispettare tutte le regole di sanificazione e massima capienza. L’atmosfera è viva: indossiamo tutti la nostra mascherina e rispettiamo con sensibilità e attenzione tutte le norme che l’emergenza sanitaria odierna impone e, nonostante questi piccoli “ostacoli”, da sotto le mascherine si intercettano moltissimi sorrisi e tanta partecipazione, tanta voglia di imparare, di capire, di raccontare, di pensare e soprattutto tanta voglia di agire, di proporsi ed esporsi, di formarsi, di collaborare, di esserci e sapere di esserci, che è lo scopo dell’evento e di chi vi partecipa.

Questo desiderio acceso di partecipare vuol dire tanto: in primo luogo che le misure sanitarie non sono una limitazione della partecipazione democratica attiva,in secondo luogo vuol dire che c’è una grande fetta di popolazione che ha a cuore la resa reale di questa partecipazione, che il fatto di dover essere distanti e quindi qualche volta parlare un po’ più forte o doversi separare in gruppi più piccoli non ci impedisce assolutamente di avere tutta la forza e tutta l’energia di cui abbiamo bisogno per partecipare. Vuol dire che vogliamo esserci, possiamo esserci e ci siamo.

Io e il redattore Federico Brignacca partecipiamo al laboratorio n°4, che ha titolo “Transizione giusta e diritti umani” ed è tenuto da Simona Fabiani della CGIL e Marta Bordignon, di Humans Rights InternationalCorner. Le due ore di tempo eranostrutturate in tre fasi:

A iniziare sono le nuove generazioni: veniamo invitati ad attaccare dei post-it colorati con su scritto quali punti riteniamo necessari affrontare in un dialogo che affronti il tema, e la lavagna si riempie di idee: “Rispetto delle diversità”, “Tutela delle fasce che rischiano di risultare svantaggiate dalla transizione”, “Educazione all’abitare un luogo”, “Correlazione tra sostenibilità e diritti umani”, e tante domande “Cosa possiamo fare noi oggi?”, “Esistono organi governativi che si occupano di garantire il rispetto dei diritti umani universali?”.“Più o meno – spiegherà Bordignon – in realtà l’ONU può soltanto fare qualche “dispetto” economico agli Stati che non li rispettano. Al riguardo sono molto più utili gli interventi delle ONG”.

“Il nostro modello di sviluppo economico è compatibile con una transizione giusta?”.

Successivamente le due relatrici espongono le richieste, le proposte e le istanze delle associazioni di cui si fanno portavoce, rispondendo con cognizione di causa e competenze tecniche alle nostre domande. Si parla dunque di diritti umani di prima e seconda generazione, di violazione dei diritti e della legislazione attualmente in vigore riguardo il rispetto di questi, di concessione di terreni ad aziende, di ONG e multinazionali, di aziende e rispetto per il luogo, di diritto a vivere in un ambiente sano. Si parla di modelli economici di sviluppo, di diritti dei lavoratori, di Next Generation EU, di Recovery Fund, di quanto è importante che questi fondi vengano investiti sulla sostenibilità ambientale, degli impegni che deve assumere lo Stato e dei diritti-doveri dei cittadini.

Ci si chiede: Può una compensazione economica ripagare un territorio?», «Chi si occupa di garantire che i diritti umani vengano rispettati quando è lo Stato a violarli?», «Come possiamo rendere una comunità consapevole dei suoi diritti?», e ancora «Il nostro modello economico può sostenere una transizione verso il sostenibile?», «Ma è davvero questo – se anche il modello economico attuale lo permettesse – il tipo di transizione che vogliamo?», «Quali alternative abbiamo?», «Come si può intervenire in maniera attiva e reale?». Una ragazza che – con evidente cognizione di causa – è intervenuta riguardo al rapporto tra azienda, ambiente e comunità proponeva che le aziende interessate alla modifica di un territorio fossero tenute a sostenere economicamente la creazione e la realizzazione di uno spazio di dibattito e di discussione democratica (coadiuvato da esperti del settore: psicologi, analisti, ambientalisti, finanzieri – e tutte le figure professionali necessarie alla discussione reale per la fruizione intelligente di un luogo), spazio imprescindibile per la realizzazione delle linee guida da seguire perché un’azienda che interviene in un luogo possa effettivamente realizzarlo e non “sfruttarlo”. E questo è possibile perché – come giustamente asseriva la ragazza con sicurezza – le figure professionali esistono, la volontà di partecipare delle comunità c’è, e l’intervento delle aziende può davvero essere fruttuoso. Servono però regole e bisogna creare consapevolezza.

Un’altra considerazione importante che emerge dal dibattito è il potere – spesso sottovalutato – che abbiamo noi come consumatori. Partendo dal presupposto che questo modello economico è quello su cui la nostra società e la nostra vita sono strutturate, possiamo trarre una considerazione fondamentale: abbiamo un immenso potere, perché ogni volta che scegliamo cosa acquistare e dove, come e quando acquistarlo, stiamo implicitamente scegliendo anche cosa finanziare. E quindi – di nuovo – vogliamo creare rete, dove creare rete è creare consapevolezza, che a sua volta è creare consumatori consapevoli che possano scegliere che direzione dare allo sviluppo e alla crescita. E questo è probabilmente il nostro potere reale: informarci, chiedere, capire e scegliere.

Dopo questa parte di formazione – in cui con le relatrici abbiamo avuto modo di chiedere e ottenere gli strumenti e le informazioni tecniche per strutturare una discussione – veniamo organizzati in tre piccoli sottogruppi a cui sono assegnati rispettivamente tre ruoli a cui pensare: lo Stato, le aziende e i cittadini-consumatori.

Anche da questo confronto emergono moltissime proposte: si parla di redistribuzione locale del potere, di regolazione e controllo che uno Stato attento deve esercitare sulle aziende, dell’importanza di creare una cultura – sia da parte dello Stato, che garantisca un’istruzione formante, che da parte dei cittadini, che si impegnino dal “basso” ad esercitarla – e ancora di impegno delle aziende nella collaborazione con il luogo e nel rispetto della cultura dello spazio in cui agiscono. Si parla, si discute, si spiega, si pensa e si interagisce. Il laboratorio, che è creazione e formazione di idee e pensieri, funziona. Le generazioni si confrontano.

È da sottolineare un aspetto chiave di questo laboratorio e di tutto l’evento: il dialogo tra ragazzi e relatori/organizzatori rimane sempre orizzontale, e questo è un grande punto di forza: è un dialogo che non vuole essere una “lezione”, è voler parlare con le nuove generazioni e non “a” loro o “di” loro. È permettere a chi verrà dopo di formarsi in maniera attiva e cioè collaborando al presente e al futuro. È porsi in un grado di parità, di ascolto, di interazione che è la via per il successo.

In conclusione: cosa lascia l’aver partecipato ad uno scambio di idee? Molto. È importante sapere di essere in tanti e sapere di aver voglia di unirsi per produrre un cambiamento perché la nostra generazione è la generazione che tra qualche anno si troverà a gestire questo pianeta, pianeta che ha bisogno di ricrearsi e di ritrovare spazio, tempo e rispetto. Ed è soltanto uniti che possiamo avere la forza di fare.