La lingua copta alla prova del tempo

› Scritto da Vera Lazzaro

La lingua copta è nota per essere la fase finale, più evoluta, della lingua egizia. Basata sull’alfabeto greco e con sette grafemi – su un totale di trentuno – presi in prestito dal demotico, è la prima testimonianza di vocalizzazione scritta nella storia della lingua egizia.

Secondo le classifiche internazionali il copto è una lingua estinta poiché non vi sono più locutori nativi, ma circa trecento parlanti ancora in vita ed è ormai ampiamente sostituito dall’arabo. A contribuire al mantenimento in vita della lingua, però, è la liturgia. Appartenente per lo più ai cristiani egiziani, dalla metà del II secolo, il copto rimane mezzo di espressione della letteratura religiosa della Chiesa copta. Una lingua estinta, quindi, ma che ha per i cristiani egiziani una forte componente identitaria.

Non va dimenticato che il diritto alla lingua madre, soprattutto per le minoranze, è implicito nell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani in cui si parla di “libertà di opinione e di espressione”, ma rifacendosi a esso una risoluzione del 2007 ha invitato i Paesi membri a “promuovere la preservazione e protezione di tutte le lingue utilizzate dalle persone del mondo”.

Il tentativo di recupero della lingua – chiamato tecnicamente “rivitalizzazione linguistica” – ci porta indietro fino al XIX secolo e all’impegno del vescovo Cirillo IV, un cristiano orientale egizio attivo nella città di Alessandria. Non sarebbe il primo caso di lingua liturgica estinta e poi rianimata: è il caso dell’ebraico, che alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento è stato riportato in vita grazie a un’attenta “miscela” di ebraico biblico, yiddish e altre componenti. Altre lingue, come il mannese e il cornico, non sono state altrettanto fortunate, ed è stata messa in dubbio l’effettiva possibilità delle lingue sopracitate di diventare, in futuro, lingua nativa per una comunità, per quanto piccola.

A portare speranza al movimento che vuole dare al copto una seconda possibilità, però, è la richiesta – ancora ufficiosa – alla piattaforma internazionale Duolingo di inserire la lingua copta tra i molti idiomi messi a disposizione degli amanti della linguistica e non solo. Memrise, infatti, piattaforma meno nota di Duolingo, presenta già sul suo sito web vari corsi, come un’introduzione al copto sahidico, un vocabolario copto, un’introduzione al copto moderno e – ma non solo – un approfondimento del copto dal punto di vista dell’IPA, l’International Phonetic Alphabet.

Il motivo per cui l’inserimento del copto su Duolingo potrebbe essere vantaggioso per la rivitalizzazione è l’atteggiamento moderno e quotidiano assunto dalla piattaforma, che applica le lingue – anche le più ostili – a situazioni più o meno realistiche e facili da incontrare nella vita di tutti i giorni.

È interessante consultare a riguardo anche il saggio pubblicato da Nicole Deschene della New York University, “Coptic Language Learning and Social Media”, che ha “esplorato il potenziale dell’uso di Internet, includendo le piattaforme esistenti, per imparare la lingua copta. Attraverso esposizione a livello globale, il mantenimento e la rivitalizzazione di una lingua a rischio potrebbero ottenere beneficio da una presenza sui social media”, leggiamo nell’introduzione.

A creare ostilità potrebbe essere la necessità di modernizzare il copto. Così come gli arabofoni si trovarono in difficoltà nell’approccio con l’occidente perché forniti di una lingua inadatta, così inserire il copto liturgico nella civiltà odierna senza modifiche sarebbe folle e affatto produttivo. Il sistema numerico e la punteggiatura andrebbero rinnovati, andrebbero inserite nuove parole nel vocabolario, e non da ultimo sarebbe necessario dar vita a scuole atte all’insegnamento del copto, anche con l’aiuto della Chiesa.

Qualora si dovesse rifiutare questa modernizzazione, è probabile che l’unica posizione a cui il copto potrebbe ambire sarebbe quella di lingua storica – come il latino.