La nostalgia della Generazione Z

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di Rachele Attanasio e Ken Anzai

“Nativi Digitali”, questo è il soprannome che viene dato a tutti coloro che sono nati dal 1995 al 2010, meglio conosciuti come “Generazione Z”, i primi la cui vita è stata completamente immersa nelle tecnologie e nelle realtà digitali. Per la Generazione Z l’acquisto di un cellulare rappresenta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e i “nativi” vivono la loro vita attraverso i social network.

Ma è davvero così? La Generazione Z può essere considerata davvero una generazione di nativi digitali?

Sì e no. Sebbene la Generazione Z sia davvero abituata a socializzare online, sfruttando tutto quello che il web mette a disposizione, ciò non si traduce in un’automatica inclinazione a non vivere la vita reale. Infatti è nel mondo fisico che i ragazzi cercano luoghi in grado di offrire esperienze che li coinvolgano e che possano condividere online.

Questo ritorno al passato avviene soprattutto nella musica con il grande ritorno dei vinili: a differenza di quanto si possa pensare sono proprio i nativi digitali, insieme ai millennial, i responsabili dell’aumento degli acquisti dei “dischi neri”, come riporta il Music Listening 2019. I reparti di musica delle librerie hanno gli scaffali pieni di vinili, non solo di vecchi album che hanno fatto la storia ma anche di nuove uscite, perché il “culto del vinile” non si limita ai “tempi addietro” e oggigiorno anche i cantanti rap pubblicano vinili. Il fenomeno si può attribuire all’esigenza di uno scatto da caricare su Instagram, ma c’è anche chi pensa alla qualità e al calore del suono, indubbiamente meno piatto di quello generato dalla traccia digitale.

Può sembrare una moda passeggera, ma non c’è nessuna operazione di marketing dietro questa tendenza, anzi le pubblicità sono volte sempre di più alla sponsorizzazione delle grandi multinazionali, quindi questo ritorno rientra totalmente nello schema della nostalgia vintage. Il digitale ci ha permesso di vivere una vita sicuramente più semplice, ma le azioni che compiamo hanno meno significato. Premere play su Spotify è un gesto ormai tanto naturale, fatto senza cura, che noi sentiamo “l’esigenza” di ricevere il servizio. Non importa se tocchi il display mentre cucini o ti lavi i denti, la musica che uscirà sarà la stessa. Prova a toccare un vinile con le mani sporche e non otterrai un grande piacere. Non solo, anche il connettersi alla radio cercando la frequenza giusta è un’esperienza a sé: compi l’azione per ricevere la soddisfazione dopo. Dopo anni in cui abbiamo cercato la vita più semplice e immediata, sentiamo la necessità di complicarcela e rispondere ai perché delle nostre azioni.

La domanda allora nasce spontanea: questo desiderio nei confronti di un passato mai realmente vissuto da cosa è dovuto?
Probabilmente dal fatto che viviamo in un’epoca dove siamo sempre focalizzati sul futuro, dove tutto è effimero e non dura più di ventiquattr’ore, dove siamo tutti più realisti e meno sognatori. Questa nostalgia del passato altro non è che la voglia di qualcosa che resti. Oppure, semplicemente, aveva ragione Leo Longanesi, scrittore e giornalista, quando diceva: “Il moderno invecchia, il vecchio torna di moda”.

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