Il diritto al gioco e l’albero delle storie: da Scampia la storia di Davide Cerullo

› Scritto da Redazione

di Irene Burlando e Simona Vassallo

“Hai diritto a giocare”.

Così recita l’articolo 31 della convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, diritto che non sempre è garantito a tutti i bambini. Anche in Italia.
Le cause, emerse dal 10°Atlante per l’infanzia redatto da Save the Children, sono da ricercarsi principalmente nella mancanza di un piano strategico da parte delle istituzioni al contrasto alla povertà educativa.

Secondo i dati, in media tra il 50 e l’80 per cento dei minori dai 6 ai 17 anni pratica meno di quattro volte all’anno attività culturali e tra il 30 e il 70 per cento non legge libri nel tempo libero: ciò significa che gli unici libri che leggono sono testi scolastici e se la scuola i ragazzi non la frequentano, è ciò succede nel 14,5 per cento dei casi, anche quelli vanno esclusi dalla lista.

In questo contesto, pur mancando dei dati ufficiali, è facile intuire come il diritto al gioco sia pericolosamente minato. Se a questo aggiungiamo la carenza, talvolta anche la mancanza, di spazi liberi e adatti al gioco o allo sport ecco che il bambino si vede privato della possibilità di crescere e di esprimere sé stesso e il proprio potenziale.

È in quest’ottica che si inserisce il lavoro di Davide Cerullo, classe 1974, cresciuto a Scampia dove oggi gestisce una ludoteca, chiamata “l’albero delle storie”, in cui i bambini sono liberi di giocare, leggere, esprimersi e sognare.

Davide ha vissuto sulla sua pelle gli effetti di un’infanzia rubata, senza sogni, senza favole, i cui valori non erano la gentilezza e l’altruismo ma il rispetto di regole non scritte, basate sul culto del denaro facile, dell’omertà e dell’oppressione. Nove di quattordici fratelli, è entrato nella camorra all’età di nove anni, per poi cambiare strada fino ad arrivare proprio alla ludoteca.

Parlare con Davide è come sbirciare da una finestra che dà per una strada mai vista anche se conosciuta per sentito dire: ci ha permesso di osservare le cose da un altro punto di vista.
Fotografo e scrittore, Davide ha deciso di raccontarci un po’ come funziona la ludoteca e le sue attività.

Com’è nato l’albero delle storie?
Dopo aver vissuto tanti anni al nord, sei anni fa ho scelto di tornare nella mia Scampia. Qui, due anni fa, abbiamo aperto la ludoteca ed è nato l’Albero delle Storie: che è un posto magico, un posto da cui i bambini non vogliono andare via, quando arriva l’orario per chiudere piangono,  si  nascondono. Qui trovano uno spazio che dà loro la possibilità di poter essere bambini, di giocare. E allora ci siamo accorti che tutto questo funziona, che funzionano i colori, funziona la magia, funziona la poesia, funzionano i libri, funziona la bellezza, funziona la normalità, funziona l’attenzione. La poesia del figlio, la possibilità di  immaginarsi un mondo altro, la possibilità di credere nel cambiamento, nel fatto che bisogna reinventare la bellezza. E quindi noi non sostituiamo ma cerchiamo di far resistere la bellezza, che è necessaria per convincersi che le cose possano cambiare.

Quali attività svolge “l’albero”?
Quello che fa l’albero è una cosa molto semplice, ci preoccupiamo di creare un clima di normalità, e la normalità è per esempio creare uno spazio di terra, piantare alberi; abbiamo messo delle capre, delle galline, dei conigli. Abbiamo recuperato uno spazio che è diventato uno spazio giochi, per bambini, per mamme. E quindi siccome pensiamo che i bambini dovrebbero crescere soprattutto giocando, cerchiamo di far sì che questo spazio sia uno spazio giochi, uno spazio di lettura, uno spazio magico di fiabe, di favole, uno spazio che diventa casa e si inventa un nuovo modo di stare insieme e di abitare: l’iniziativa aiuta il bambino a fare da solo ma senza lasciarlo solo. Questo è l’Albero delle Storie.

Com’è stata accolta l’iniziativa dagli abitanti e soprattutto dai bambini del quartiere?
I bambini, come ti dicevo prima, vogliono restare qui. Le mamme, dopo l’Albero delle Storie, sono cambiate: hanno assunto un atteggiamento di calma, di partecipazione e di conseguenza anche i loro figli sono più sereni, comprendono il senso dell’ascolto, il senso dello stare insieme in un modo diverso, il senso del rispetto. L’Albero delle Storie è sanitario: nel senso che guarisce, mette in testa, la voglia di riconoscersi capace di fare cose per il bene, di consegna dell’etica.

Piccola curiosità: come giocavi da piccolo?
Io ho sempre giocato alle  biglie, a pallone, a nascondino. Poi a nove/dieci anni ho smesso di essere un bambino e sono stato costretto a conoscere un mondo sporco troppo presto: quello dell’infamia della malavita organizzata.

E i bambini che vede oggi?
Beh, qui all’Albero delle Storie giocano con quello che noi offriamo loro, giocano quindi con le costruzioni. Oppure qui abbiamo un gioco che è una scatola con due buche, una a destra e una a sinistra, dove i bambini infilano dentro le mani e cercano di capire qual è l’oggetto che sta all’interno toccandolo con le mani ma senza vederlo. Scelgono e sfogliano dei libri con le loro mamme scoprendo, pagine con poche parole ma con immagini bellissime che creano il senso dello stupore, il senso dell’essere piccoli. Le storie, i libri permettono ai bambini di conservare quell’innocenza, quella fragilità. Invece fuori molti bambini non giocano neanche, perché non sono neanche bambini. E quindi c’è lo smartphone, la televisione. Non giocare significa uccidere l’infanzia.

Durante la trasmissione “Che ci faccio qui” ha affermato di non aver mai letto libri, e di sentirsi solo all’interno del suo quartiere. Pensa che se avesse avuto un posto come la ludoteca la sua adolescenza sarebbe stata diversa?
Assolutamente sì. Sarebbe stata un’infanzia, sarei stato bambino. Io quando ero piccolo sognavo di avere una pistola e oggi che sono grande sogno di essere un bambino. I bambini dovrebbero fare tutto giocando. I palazzi, i colori, le strade, dovrebbero essere stimoli per fare ciò, perché se davvero riesce ad essere bambino la sua vita sarà una vita riuscita.

LEGGI ANCHE:

Solo se sognato: riscriviamo il futuro