Bask(-IN): a scuola di Vita

› Scritto da Irene Burlando

Prima parte “tecnica” – Cos’è questa cosa strana che si chiama “Baskin”?

Il Baskin è un’attività sportiva innovativa ispirata al basket in cui persone abili e diversamente abili collaborano in uno stesso spazio (da cui il nome: “Basket” + “Inclusione”). Per rendere possibile la coesistenza di persone con abilità così diverse, sono state introdotte alcune regole che differenziano questa attività dal basket:

Sono stati aggiunti due canestri alla linea della metà campo e intorno a questi delle aree riservate alle persone con difficoltà nell’equilibrio e nei movimenti. I ragazzi che tirano in queste aree possono tirare nel momento in cui viene loro fornita la palla dai compagni che si trovano nel resto del campo. Esistono così due “gradi di libertà”: le azioni possono essere finalizzate in due posti diversi, si attacca e si difende su due diversi fronti.

Ci sono sei giocatori per squadra, divisi in cinque ruoli in base alle abilità dei giocatori:

  • il numero uno: è il giocatore in carrozzina che non è in grado di spingerla (può lanciare una pallina molto leggera);
  • il numero due: riesce a camminare (ma non a correre);
  • il numero tre: riesce a correre (ma non in modo organizzato);
  • il numero quattro: riesce a correre (ma ha un po’ di difficoltà nello svolgere i fondamentali della pallacanestro);
  • il numero cinque: ha già acquisito fluidità nei fondamentali del gioco.

I giocatori parte della squadra devono essere organizzati in modo tale che la somma del numero del ruolo di ognuno non superi il totale di 23 e che siano necessariamente presenti i ruoli 1, 2, 5.

Seconda parte (un po’ meno “tecnica”) – perché abbiamo bisogno del Baskin.

Partiamo da una doverosa, anche se dolorosa, constatazione: esiste, nella nostra società moderna e super-tecnologica, sebbene abbastanza ben celato e spesso anche dimenticato e talvolta – purtroppo – addirittura negato, il tabù della disabilità. Non si parla infatti di quelle persone che non possono camminare, che non possono parlare, che non riescono a vedere, che hanno fatica a concentrarsi.

Stiamo parlando, riferendoci allo sport, di disabilità psicofisiche legate alla capacità di svolgere appieno determinati movimenti necessari allo svolgimento di azioni specifiche, ma vorrei che comunque non dimenticassimo che quello dei tabù della disabilità è un contenitore grande: ci sono anche le persone “psicologicamente” disabili, quelle “economicamente” disabili, chi non ha una casa in cui dormire, le persone anziane non autosufficienti, le persone che stanno scappando dal loro paese e hanno bisogno di un po’ di aiuto.

Tornando a noi: quando dico che la disabilità è un tabù intendo dire che è qualcosa che cerchiamo sempre di non vedere, da cui cerchiamo di scappare, che forse vorremmo addirittura non esistesse. Ci spaventa, vogliamo allontanarlo, e così tra una cosa e l’altra fingiamo che non esista (o che comunque non sia un “nostro” problema). E ci spaventa perché sostanzialmente – come tutte le cose che ci spaventano – non lo conosciamo. E allora in queste poche righe vorrei proporre un gioco: vorrei provare a conoscerlo.

Partiamo da una domanda. Che cos’è la disabilità? Chi è il disabile?

Spesso non prestiamo molta attenzione alle parole, ma alcune sono davvero importanti. Le parole che scegliamo di usare per “definire” (delimitare, descrivere, spiegare, capire) le persone che abbiamo intorno, per esempio, sono importantissime: è attraverso le parole che scopriamo ciò che gli altri pensano di noi e comunichiamo agli altri ciò che pensiamo di loro. Sono parole che danno forma e dimensione al nostro pensiero e alla nostra espressione, e che quindi in qualche modo ci condizionano, condizionano noi, le nostre scelte e le nostre azioni.

E allora, visto che vogliamo scegliere con accortezza le parole che usiamo per riferirci agli altri – perché è anche con le parole che ci relazioniamo con loro – proviamo con un altro gioco, proviamo a cambiargli il nome: iniziamo a pensare “diversamente abile”, invece che “disabile”.

Questo “cambio di parole” – mi sembra corretto dirlo – non l’ho inventato io. Ma guardatelo, è bellissimo! È bellissimo perché mentre dis-abile è una parola che nega, che toglie, che riduce, che scarta, quando diciamo “diversamente abile” stiamo adottando una prospettiva assolutamente nuova, una prospettiva di parità. Ed è giusto, è giusto e bello distinguere – anche nelle parole – la diversità dall’incompletezza. È centrale, sostanziale, fondamentale, e oltre a tutto questo è anche molto bello.Un’abilità diversa non è più un’abilità mancata: diventa un dono, un talento, qualcosa che possiamo impiegare, fruire, ammirare; qualcosa che possiamo regalare e che abbiamo il privilegio di vedere all’opera. Quello che era un problema, un inconveniente diventa una possibilità, un mondo da scoprire!

Parlare con accortezza è un enorme passo avanti, ma il guaio delle parole è che sono – appunto – solo parole. Danno forma al nostro pensiero, ci permettono di comunicare e di esprimerci; tuttavia, alla fine, se non le mettiamo in pratica, rischiano di mantenere la loro elegante distanza dalla Realtà, dalla Vita e dai fatti. Per affrontare concretamente il tabù della disabilità – il problema che abbiamo nei confronti del “disabile”, del “bisognoso”, dell’”incompleto”- che ci spaventa le parole purtroppo non bastano. Per accogliere il diverso è fondamentale conoscerlo, nel senso di ri-conoscerlo nella sua diversità – che, di nuovo, non è incompletezza – e così vederla, capirla, sentirla, magari – se capita – anche amarla: perché dove c’è comprensione non c’è posto per la paura.

Se davvero vogliamo scavalcare questo muro, il termine “diversamente abile” non può restare una semplice sostituzione di “disabile”: deve proprio rivoluzionare quella che è la nostra concezione di abilità. Possiamo ri-conoscere la persona “diversamente” abile solo se riusciamo a entrare davvero in contatto con la sua realtà, riconoscere le sue abilità – perché quel “diversamente” non rimanga una parola, ma si possa comprendere come verità – dobbiamo voler imparare a parlare la sua lingua, a vedere il mondo con i suoi occhi: è questo l’unico modo perché quel “diverso” diventi parte integrante della società.

Ecco, quindi,che un’attività come quella del Baskin, che si impegna per favorire l’integrazione attiva tra persone con diverso tipo di abilità, diventa necessaria: non soltanto bella e meravigliosa ma proprio necessaria. Noi cittadini della società moderna abbiamo il bisogno urgente di oltrepassare quel muro spaventato di commiserazione e pena – che se non stiamo attenti col tempo rischia di trasformarsi in fastidio o indifferenza – che ci divide in “categorie di abilità”. Perché la verità è che non esistono “categorie di abilità”: esistono semplicemente le persone, e poi esistono le loro abilità, che sono sì tutte diverse ma che non per questo devono impedirci di giocare insieme e di giocare in squadra. Abbiamo bisogno di dirlo, e abbiamo bisogno di farlo: si può giocare insieme! Ne abbiamo bisogno sempre, per essere un po’ più belli e per essere un po’ più vivi.