Riflettendo sulla situazione in Myanmar: intervista a Renzo Garrone

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di Alessia Giammarco

In seguito alle recenti e drammatiche apparizioni del Myanmar tra le pagine di cronaca, ci siamo interrogati su come potessimo contribuire a favorire una riflessione sulle particolarità di questo paese, fino a poco fa sconosciuto ai più. Per riuscire nel nostro intento senza però ricadere nella fitta rete di studi accademici, abbiamo deciso di intervistare Renzo Garrone, che ha recentemente pubblicato “Birmania, alias Myanmar. L’esotica ingiustizia” (ed. Altreconomia). In questo libro, la storia e le peculiarità birmane vengono viste attraverso gli occhi dell’autore, il quale ha visitato più volte il Myanmar per motivi di lavoro.

Perché la scelta di parlare del Myanmar? É una scelta dettata anche da altre motivazioni oltre che dalle recenti vicende legate al colpo di stato?

Personalmente la mia storia è quella di un viaggiatore e di un ricercatore autodidatta. Lavorando per un tour operator, ho sempre viaggiato in paesi del sub-continente indiano e nel sud-est asiatico. Sono per lo più un viaggiatore che ama girare per strada e parlare con le persone, non sono un grande analista di stampo accademico. La Birmania, o Myanmar come dicono oggi, è un luogo altamente simbolico che ha vissuto per 50 anni una dittatura e poi 10 anni di democrazia, che è stata spenta adesso. Ritengo che sia necessario aiutare la popolazione, che più di chiunque altro sta pagando le conseguenze degli attuali disordini.
C’è poi una motivazione personale: sono stato più volte in Birmania ed è un paese particolare perché è stato soggetto a embargo per tantissimi anni, dal ’95 fino al 2011; questi anni comunque non sono serviti completamente a metterlo al riparo dalle contraddizioni. Io faccio il tour operator per tipi di viaggi responsabili e viaggi di incontro con la gente del posto, quindi sono stato sensibile al fatto che non si potesse entrare nel paese per diversi anni, perciò ho cominciato a seguire quanto succede in Birmania e non solo. Molto spesso, infatti, quando c’è una dittatura si stabilisce una diaspora nei paesi limitrofi; per esempio, in Thailandia ci sono innumerevoli di profughi birmani da 40 anni e mi è capitato di incontrare anche loro.

Nel suo libro, racconta di come il Myanmar sia un  paese fortemente soggetto a contraddizioni. Personalmente, quando penso allo sviluppo di questo Stato, mi chiedo come sia possibile che un paese così ricco di risorse registri al tempo stesso tassi di povertà altissimi. Ci sono particolari motivi che causano questa situazione ?

La Birmania è un paese che potrebbe essere ricco, ma è povero (15 milioni di abitanti si trovano in situazioni di povertà estrema, nda). Una delle cause principali è il fatto che i generali impiegano le risorse per il proprio tornaconto più che per il bene del paese. Vi sono petrolio, legname pregiato, pietre preziose, gas naturale, potenziale energia idroelettrica, ecc.; sicuramente lo sfruttamento di queste risorse è stato un motivo per attuare il colpo di stato.

Le sanzioni internazionali e l’embargo cui il Myanmar è stato sottoposto in passato, possono aver influito negativamente sullo sviluppo del paese?

Le sanzioni sospese nel 2011-2012 sono state effettuate dalla comunità internazionale – che personalmente considero un’accozzaglia di paesi che fanno i propri interessi -, la quale era egemonizzata dall’occidente.
Tuttavia, i paesi non occidentali non applicano le sanzioni internazionali e l’embargo. La Cina ha addirittura posto il veto durante il Consiglio di sicurezza Onu; per loro lo stato di diritto non è essenziale e quindi la mancanza di esso non è un buon motivo per applicare sanzioni. Inoltre, l’ASEAN (unione economica tra 10 paesi del Sud-est asiatico legata anche agli interessi cinesi, nda) ha due principi: la non interferenza negli affari interni degli stati con cui opera e l’applicazione del constructive engagement, ritiene cioè che sia preferibile mantenere i rapporti commerciali anche al fine di promuovere il dialogo. Il risultato è che il paese finisce nelle braccia dei paesi che non applicano sanzioni per non sentirsi isolato. Il caso è quello che è accaduto a Mandalay, centro degli affari per quanto riguarda la giada:  il nuovo regime dopo il 1990 ha promosso il liberismo, mentre in occidente vigeva l’embargo, e un gran numero di immigrati cinesi si è riversato nella zona della città. Una parte degli immigrati era povera gente ma altri erano imprenditori che ancora oggi hanno per le mani una grossa fetta del business birmano.
Per concludere il discorso su questo, finché le sanzioni non vengono applicate da tutti gli stati, non possono essere efficaci e rischiano invece di far dipendere ulteriormente l’economia del Myanmar dagli interessi di altri stati asiatici.

Altro tema ricorrente quando si parla del Myanmar è il rapporto difficile tra governo centrale e minoranze etniche, in particolare con i rohingya. All’interno del paese, si avverte la presenza delle varie minoranze etniche presenti?

I rohingya sono solamente uno dei 135 gruppi etnici del Myanmar, anzi non lo sono perché il governo non li riconosce come tali e questo è il loro problema principale. Sono una popolazione apolide, un po’ come i curdi, cui non si riconosce uno stato. La maggior parte della popolazione birmana e anche gran parte del governo farebbe volentieri a meno dei rohingya
Concentrati tra Birmania e Bangladesh, sono una popolazione musulmana con le proprie particolarità, che però non vengono riconosciute dal resto del Myanmar. Quindi negli ultimi decenni ci sono state recrudescenze verso i civili di questa etnia per spingerli alla fuga verso il Bangladesh. Una piccola parte dei rohingya si è radicalizzata e gruppi sporadici sembrano essersi uniti all’Isis, secondo le fonti di Al Jazeera. Inoltre, c’é stata anche una piccola organizzazione politica, la Rhoingya Solidariety Organization, la quale per un certo periodo ha combattuto contro il governo militare, ma verosimilmente con forze molto esigue in campo. Questa però è solo un’esigua parte della popolazione, bisogna stare attenti a non perdere di vista il quadro complessivo per concentrarsi su una piccola quanto eclatante vicenda.
Poi ci sono 8 gruppi etnici specifici distribuiti a corona attorno alle terre dei bramar, che sono la maggioranza con il 60%. I gruppi etnici sono a loro volta divisi in una miriade di sottogruppi etnici. All’etnia bramar appartengono sia i militari che la maggior parte del governo di Aung San Suu Kyi; il resto delle minoranze desidererebbe uno stato federale, che è la grande questione ancora aperta da risolvere in Myanmar. I rhoingya sono un pezzettino, una scheggia impazzita, ma l’esercito è sempre stato in guerra con le etnie non bramar e ha finanziato un’armata bellica notevole con i soldi pubblici per mantenere il controllo delle risorse che questi controllano. La questione ha preso col tempo la forma di rivalità etnica e politica, ma in realtà sotto c’è in gioco una partita per le risorse.

Passiamo ora all’altro tema principale che tratta nel libro, ossia il turismo in Myanmar. Lei racconta le vicende di questo paese anche attraverso la sua esperienza di viaggiatore, facendo risaltare la dicotomia tra le problematiche socio-politiche del Myanmar e il grande fascino dei suoi luoghi turistici. Come interagiscono questi due aspetti? 

Il turismo è una delle possibili risorse del Myanmar. Come in ogni paese ci sono luoghi molto più conosciuti e tanti altri posti che rimangono invece sconosciuti. Il turismo negli ultimi decenni non si è fermato ma ha subito un calo, in parte per via dell’embargo, dal momento che la maggior parte dei viaggiatori proveniva dal mondo occidentale. Negli ultimi trent’anni, con l’affermarsi del sud-est asiatico e della Cina, anche questi popoli hanno iniziato a viaggiare maggiormente. Prima del colpo di stato, il Myanmar aveva 4 milioni di visitatori l’anno, numeri di molto inferiori a quelli registrati da mete come la Thailandia, paese in cui il turismo viene praticato senza particolari ostacoli e vincoli ormai da diversi decenni. 
In Myanmar ci sono posti molto visitati, oggetto persino di overtourism, mentre altri luoghi sono ignoti ai più e non dispongono nemmeno delle strutture atte a ricevere i turisti. Secondo l’esercito, è illegale dormire in casa dei locali, ma qualcosa stava cambiando grazie a una riforma del turismo che ha aperto la strada a qualche timido bed and breakfast. Il grosso del business lo fanno però i grandi alberghi.

Ritiene corretto affermare che il turismo “di massa” potrebbe finanziare indirettamente le attività dei leader militari birmani?

I soggiorni negli alberghi che hanno più di tre stelle finanzia i generali, perché c’è un’economia direttamente legata all’esercito e ai suoi capi attraverso conglomerati azionari cui fanno capo imprese semi-pubbliche, che appartengono però all’esercito. Le aziende di questi conglomerati vengono favorite nelle gare per gli appalti pubblici e sono solitamente intestate a individui facenti parte della sfera di influenza di un leader militare. Compagnie aeree, catene alberghiere – anche estere, poiché per lavorare nel paese si è obbligati a fare affari con i conglomerati azionari e di imprese appartenenti all’esercito -, ecc.: è  impossibile non avere a che fare con i generali in Myanmar. Per questo motivo il governo di Aung San Suu Kyi stava ricercando maggior trasparenza sul fronte degli appalti.

A livello individuale, se fosse attualmente possibile recarsi in Myanmar, come potrei praticare una forma di turismo responsabile senza finanziare indirettamente i generali dell’esercito?

Un sistema definitivo non esiste, ma per moderare i danni un sistema è quello di stare sul piccolo, massimo tre stelle e prendere guide locali. Va da sé che se non ci sono molti soldi in ballo l’esercito non è interessato a intervenire, quindi ci sono molti business a livello  famigliare che non hanno nulla a che fare con i militari, anche perché l’esercito non è ben visto dalla popolazione locale. Tutti sanno che all’esercito appartengono una serie di attività commerciali, che poi sono quelle contro cui il movimento birmano sta cercando di boicottare attraverso la disobbedienza civile.
Ci sono pochissimi tour operator di turismo responsabile come quello con cui lavoro, ma affidarsi a uno di essi è spesso la scelta migliore per la loro conoscenza sia del luogo che dei locali.

Quindi all’interno del paese non c’erano particolari restrizioni per quanto riguarda gli spostamenti prima dei recenti disordini?

Prima del colpo di stato, si stava progressivamente aprendo il paese. Circa cinquant’anni fa vi erano moltissime restrizioni che progressivamente sono state abolite, permettendo ai viaggiatori di andare in molti luoghi ma non in tutti. Per esempio i territori della guerriglia o del narcotraffico sono ancora vietati. Per esempio, nello Shan, al confine con la Cina, è vietato recarsi in determinate zone per questi motivi, ma al contempo sono presenti zone di forte turismo, come il lago Inle, e di convivenza armoniosa tra i diversi gruppi etnici.

Per concludere, torniamo alle vicende attuali. Ha ipotizzato una possibile soluzione a fronte delle violenze avvenute in seguito al recente colpo di stato?

L’ultimo capitolo dice proprio questo: parla del colpo di stato, racconta quali sono le cause scatenanti e come si potrebbe agire a livello internazionale. Interroga la nostra coscienza su cosa possiamo fare noi, dal momento che l’inefficienza delle sanzioni è fatto provato. Le sanzioni e  gli aiuti destinati alle ong sono strumenti che non riescono a dare la spallata decisiva al regime. 
Si potrebbe cercare la via negoziale, ma bisognerebbe convincere Cina e Russia, le quali hanno posto il veto durante il Consiglio di sicurezza ONU. Attualmente non è nemmeno possibile far intervenire i caschi blu, poiché non vi sono i requisiti necessari. Inoltre, anche la via della giustizia internazionale non è percorribile, anche perché il Myanmar non ha ratificato trattati in merito. Personalmente, al momento non vedo soluzioni possibili che non ricorrano ad un’ulteriore escalation di violenza.

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