Cammino santiago

Differenze di genere e discriminazioni. Una soluzione: il cammino di Santiago

› Scritto da Ludovica Rodino

“Il solo parlare di discriminazione è una perdita per il genere umano”, così hanno scritto sui social i ragazzi di Sottosopra in occasione della giornata mondiale contro la discriminazione che ricorre il primo marzo in cui si celebra la Zero discrimination day, un’iniziativa dell’ONU lanciata nel 2014. Risolvere la disparità di genere è una delle sfide più importanti del nostro Millennio, nonché quinto obiettivo dell’Agenda 2030.

Gli esperti di fenomeni sociali ci dicono che durante un generico viaggio circolare (andata e ritorno) avviene una negoziazione a livello valoriale tra individui: il viaggiatore porta con sé i modelli culturali della sua società di appartenenza, ma incontrando una società diversa trova un compromesso tra i suoi valori e quelli della società che lo accoglie. Il compromesso valoriale, però, non comporta l’annullamento degli stereotipi e, di conseguenza, delle discriminazioni di genere.

C’è un’esperienza di viaggio in cui tale fenomeno non si ripropone: è il cammino di Santiago, che di per sé è un “viaggio” sui generis. Durante il pellegrinaggio si incontrano persone provenienti da ogni parte del mondo, le quali portano con sé i propri modelli culturali. Trovare un compromesso tra tutte le diverse culture che si incontrano risulta impossibile. Ecco quindi che le differenze dettate dai propri modelli culturali vengono messe da parte per lasciare spazio alla spiritualità, non solo religiosa, ma soprattutto umana: i pellegrini si aiutano a vicenda senza aspettarsi nulla in cambio; si condivide sia il cammino, con le sue fatiche e i momenti esaltanti, che la camera dove riposarsi la notte.

Ciò che all’inizio del cammino allarma maggiormente i pellegrini è proprio la prima notte. Negli ostelli, infatti, si dorme tutti insieme in camerate anche da 100 posti letto. Una diversa disposizione dei “generi” che di per sé non significa nulla se non scomodità e imbarazzo, ma che proseguendo il cammino sottolinea come durante questo pellegrinaggio tutte le differenze di genere e gli stereotipi, anche i più banali, si annullino. Il cammino di Santiago mostra come sia possibile raggiungere la parità di genere nel vivere quotidiano. Le differenze di genere spariscono e tutti si aiutano a vicenda, tutti credono nelle capacità dell’altro, uomo o donna che sia, a qualunque razza appartenga e qualunque sia la motivazione del suo viaggio; tutti danno importanza alla persona che hanno di fianco mentre si cammina lungo la strada o si dorme nell’ostello. Si annulla ogni forma di competizione nella condivisione dell’unico obiettivo comune: il cammino. Molti sono i messaggi profondi e di speranza lasciati scritti sui cartelli stradali o sulle pietre lungo gli itinerari, sono spunti di ispirazione per tutti i pellegrini.   

Siamo abituati a credere che le differenze di genere siano qualcosa di naturale. Questo perché fin dall’infanzia veniamo socializzati, attraverso la guida dei nostri genitori e delle istituzioni (socializzazione primaria), apprendiamo e interiorizziamo i modelli culturali, il linguaggio, i comportamenti, le norme, i valori e anche i modelli di genere. Gli adulti “presentano” al bambino un mondo (il loro) e per il bambino quello è il mondo! Solo più avanti, tramite la cosiddetta socializzazione secondaria, scoprirà la relatività del mondo che ha conosciuto. Ci insegnano, per esempio, che “l’abito non fa il monaco”, “ognuno è libero di vestirsi come più desidera”, ma poi siamo sempre pronti a puntare il dito contro chi non rispetta “le regole”. Questo perché ciò che ci hanno insegnato è stato talmente ripetuto che adesso ci appare naturale, a tal punto che la sua trasgressione equivale alla rottura di un tabù. Ma come sarebbe diverso se non fossimo così condizionati!

Simone de Beauvoir ha distinto il sesso dal genere. Definendo il primo ciò che biologicamente determina un maschio e una femmina e il secondo le forze sociali che fanno di un individuo un uomo o una donna.

Anche grazie agli studi di Margaret Mead, si è potuto comprendere come in realtà le personalità maschili e femminili che noi pensiamo universali in quanto biologiche non esistono in tutte le società, perché sono i modelli culturali che le forgiano. Ecco perché, per esempio, due società della Nuova Guinea analizzate dalla Mead, (gli Arapesh e i Mundugomur) hanno dato origine a due tipi di personalità opposte accomunate dalla totale mancanza di distinzioni tra “psicologia maschile” e “psicologia femminile”. La terza società analizzata dalla Mead, i Chambuli, distinguono come noi occidentali gli uomini e le donne per quanto riguarda la loro psicologia. Tuttavia, contrariamente alla società occidentale, sono convinti che la donna sia, per natura, intraprendente, dinamica, estroversa; e che l’uomo sia sensibile, meno sicuro di sé, attento all’estetica.

Presso i Chambuli infatti, sono le donne a detenere il potere, mentre gli uomini si dedicano alle attività cerimoniali ed estetiche. Sulla base della sua analisi, possiamo dire che la personalità individuale non si definisce attraverso i caratteri biologici (il sesso), ma attraverso il modello culturale.

Se il genere quindi è una costruzione sociale, come queste esperienze dimostrano, allora tanto si può fare nella direzione della parità di genere, puntando all’abbattimento degli stereotipi e dei pregiudizi, soprattutto con le giovani generazioni!

La Equal Measures 2030 ha presentato il 3 giugno 2019 il nuovo indice sul gender gap e purtroppo non è stato positivo: “Nessun paese al mondo sta facendo abbastanza per eliminare la disparità di genere”.

Alcuni studiosi affermano che la totale parità di genere si raggiungerà probabilmente tra più di cinquant’anni. Come è possibile che ancora nel terzo millennio non siamo riusciti in questo intento?

Dovremmo incontrarci tutti sul cammino di Santiago…

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