Il virus non ha creato nuove disuguaglianze: le ha fatte “solo” emergere

› Scritto da Edoardo Petricca

Finito il periodo di lockdown per la pandemia di Covid-19, abbiamo intervistato Andrea Morniroli, membro del Forum Diseguaglianze e Diversità e socio della cooperativa sociale Dedalus di Napoli.

Nel post-pandemia, secondo lei, quali saranno i soggetti più a rischio? Non mi riferisco ovviamente al fattore sanitario.

Basta adottare un punto di vista orizzontale, nei territori, per vedere chiaramente che i più colpiti dalla pandemia saranno i soggetti che erano fragili anche prima. Con la quarantena, da subito c’è stata un forte perdita di lavoro, anche del lavoro nero o irregolare. Moltissime famiglie, che prima avevano difficoltà ad arrivare a fine mese, adesso faticano ad arrivare a fine giornata. Nel momento in cui il tessuto economico è stressato in maniera così forte, i bisogni che di norma sono primari diventano secondari: per esempio, la scuola per molti non è più una priorità. Il ragazzo di sedici anni, spinto dalla necessità, preferisce andare a cercare lavoro piuttosto che completare gli studi. Le imprese più piccole sono quelle più a rischio, anche con le nuove norme. Se il virus non ha creato nuove disuguaglianze è soltanto perché ha fatto emergere quelle che già c’erano. In questo senso, è stato un virus democratico, anche se le sue conseguenze non lo saranno.

Che cosa possiamo imparare da questa situazione?
Che urge un cambiamento sistematico, alla luce delle falle evidenziate dal virus, che non possono più essere ignorate. Da anni sono state sottratte risorse al paese per costruire servizi su base aziendalistica e privatizzazioni, come le RSA, che non riescono a fornire un servizio adeguato. Quando prima dicevi queste cose non venivi ascoltato.
La domanda, quindi, è: che scelte vogliamo fare per il futuro? Perché altrimenti quelle del passato continueranno a pesarci addosso, come per esempio le aziende farmaceutiche che hanno smesso di fare ricerca per vaccini antipandemici nonostante il rischio fosse dichiarato, per profitto.

Come giudica i provvedimenti presi da governo nel “Decreto Rilancio”?
In linea generale siamo contenti del reddito di emergenza per i lavoratori non garantiti, anche se scontenti sia delle dimensioni (un miliardo di euro è troppo poco), sia della decisione di legare l’accesso al reddito all’ISEE. Ultimamente, infatti, c’è stato un mutamento nel senso comune degli italiani, sia a destra che a sinistra, riguardo ai poveri: oggi chi vive in condizioni di indigenza è considerato un furbo che proverà continuamente a fregarti o un fannullone su cui ricadono le colpe della propria situazione.
Un’altra cosa che manca nel decreto e, in generale, nel comportamento della classe politica, è una maggiore comprensione che l’autorevolezza di uno stato non si dimostra imponendo rigide regole dall’alto, uguali per tutti, ma orientando politiche territoriali che rispettino le differenze tra le varie aree. 

Al centro del dibattito, negli ultimi giorni, c’è stato il provvedimento per la regolarizzazione dei migranti. Che idea se ne è fatto?
Prima di dare un giudizio sul provvedimento, bisogna considerare se esso migliori o meno la vita di migliaia di persone. In questo caso, sì: è un bene che ci sia stata questa sanatoria.
Tuttavia, quello che ho trovato orrendo e anacronistico è stato il dibattito intono a questa sanatoria. Max Frisch scrisse, riferendosi agli emigrati italiani in Svizzera: “Cercavamo braccia, sono arrivate persone”. Sarebbe opportuno che i nostri politici lo leggessero.
In Italia, tutte le normative sui migranti devono coniugare lavoro e diritti. Ma l’unico modo per fare politica è conoscere la gente: bisogna far emergere tutti gli irregolari, anche quelli senza un lavoro.
Negli anni Novanta e Duemila, le realtà “antirazziste” chiesero fondamentalmente due cose: il diritto di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative per i migranti e il trasferimento delle competenze per assegnare il permesso di soggiorno dalle questure ai comuni, per dare agli immigrati una voce politica ma anche per non legare la figura del migrante alla questura. Di quegli anni, è la legge Turco-Napolitano, una delle migliori leggi in Europa, tanto che non è stata toccata nemmeno dalla Bossi-Fini. Tuttavia, invece che modificarla, l’hanno resa praticamente inaccessibile.

LEGGI ANCHE: