Giovani in prima linea contro il virus. La testimonianza di uno studente di infermieristica

› Scritto da Ilaria Tonini

Da studentessa al primo anno di università, quando mi immagino a pochi mesi dalla laurea, mi vedo impegnata a scrivere la tesi, con lo sguardo già rivolto ai viaggi che farò una volta finita la discussione e con le idee un po’ più chiare sul mio futuro. Non di certo alle prese con una pandemia. Ma per Tommaso, 22, al terzo anno di infermieristica, percorso che avrebbe dovuto concludersi con la laurea il prossimo novembre, le cose non sono state così semplici.

A causa dello stato di emergenza nazionale, infatti, è stato messo uno stop ai tirocini, parte fondante della facoltà di infermieristica. Ma invece di lasciarsi scoraggiare dalle prospettive incerte, Tommaso ha deciso di lavorare in una casa di riposo colpita dal Covid-19 e non restare con le mani in mano.

Come hai saputo di questa opportunità?

Un mese fa circa un’amica mi ha fatto sapere della possibilità di andare ad aiutare in una casa di riposo colpita dal virus. Molti dipendenti infatti si erano ammalati di coronavirus e non potevano continuare a lavorare a contatto con gli ospiti della struttura. Così ho girato la notizia ad alcuni compagni di infermieristica e pochi giorni dopo abbiamo cominciato a lavorare in quattro. La struttura ci ha offerto un alloggio nelle vicinanze della casa di riposo, un hotel in cui durante l’anno alloggiano gli studenti di un istituto superiore, mentre durante l’estate ospita gruppi parrocchiali.

In che cosa consisteva il tuo lavoro in Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA)?

Il lavoro si svolgeva su tre turni: quello della mattina, tra le 6 e le 14; quello del pomeriggio, tra le 14 e le 22; e quello serale, tra le 22 e le 6. In quanto studenti non abbiamo potuto essere assunti come personale qualificato, ma come personale ausiliario. Questo voleva dire che non potevamo prendere grandi decisioni, ma bene o male svolgevamo tutte le operazioni che facevano anche gli operatori qualificati. Ci occupavamo dell’assistenza di base agli ospiti in casa di riposo, aiutavamo con l’alimentazione quelli non autonomi e spostavamo gli allettati.

Prima hai detto che il centro in cui hai lavorato è stata particolarmente colpito dal virus. Puoi parlarci dell’impatto del virus sulla struttura?

Quando ho cominciato a lavorare nella RSA, su cinquanta ospiti solo dieci erano negativi al virus. Inizialmente si era provato a contenere in un piano dell’edificio i positivi. Questo però non è stato possibile dato il rapido contagio e la scarsa disponibilità di tamponi, scarsità che ha portato a basarsi sui sintomi e alla mancata identificazione degli asintomatici. Poi è arrivata la direttiva dell’azienda sanitaria di tenere separati gli ospiti positivi da quelli negativi. Così, adesso, grazie alle misure di sicurezza adottate, la situazione è migliorata e i dati sono praticamente opposti a quelli di un mese fa.

Negli ultimi mesi sui media si è sentito spesso parlare del disagio di dover indossare strati su strati di camici e mascherine, confermi?

Sì, è vero. È un po’ questa la differenza rispetto ad altre esperienze che ho fatto in ospedale in precedenza. Oltre alla solita divisa in cotone, quando entravamo in contatto con gli ospiti negativi dovevamo indossare un camice ulteriore. Poi c’era l’obbligo di portare due mascherine: una FFP2 per evitare di contrarre il virus, e una mascherina chirurgica per proteggere gli altri da noi. Infine degli occhiali protettivi e due paia di guanti. Così non solo arrivavo a fine turno che avevo sudato veramente tanto, ma era anche impossibile fare pause per andare in bagno o per bere perché avrei rischiato di contagiare gli altri o me stesso.

Nonostante la difficoltà del lavoro, pensi che questa esperienza ti abbia formato, anche a confronto con un tirocinio?

È una cosa totalmente diversa. Non posso dire di aver sviluppato particolari competenze infermieristiche però ho sicuramente potuto fare la mia parte in una situazione di emergenza nazionale, invece che rimanere a casa a non fare niente. Sia io che i miei compagni abbiamo l’occasione di vivere sulla nostra pelle, in tirocinio o in esperienze di lavoro come questa, quello che per anni abbiamo studiato sui libri. Per cui c’è sempre la curiosità di chiedere e fare domande agli operatori, e così, anche chiacchierando durante la pausa del turno di notte, si può imparare molto.

Da una settimana hai finito il lavoro in RSA. Ti sono stati dati altri incarichi in questi giorni?

Sì, al momento sto lavorando insieme ad altri 21 ragazzi di infermieristica a uno studio svolto in 5 comuni trentini gravemente colpiti dal coronavirus. Attraverso un prelievo del sangue, raccogliamo dati per analizzare la diffusione e la risposta dell’organismo al virus. Al contrario del tampone, infatti, il prelievo ematico ci permette di analizzare le immunoglobuline della memoria. Queste rimangono nell’organismo anche nel momento in cui il virus viene debellato. Il lavoro è quindi diversissimo rispetto a quello che facevo in RSA. Qui ho modo di svolgere mansioni più da infermiere, anziché da assistente, e quindi sto imparando tantissimo, anche se devo dire che il contatto con gli ospiti della casa di riposo mi manca molto.

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