All’inizio volevo solo poter viaggiare: intervista a Hyram, volontario e youtuber

› Scritto da Vera Lazzaro

Cosa puoi dirci delle tue prime esperienze nel mondo del volontariato?

Ammetto che le mie intenzioni iniziali erano puramente egoistiche: volevo poter viaggiare. Solo dopo ho capito di voler continuare, per quanto possibile, a fare una differenza nel mondo. Con il tempo, poi, il modo per farlo è passato dai viaggi umanitari all’incoraggiare soluzioni più sostenibili.

Come si distingue una buona esperienza di volontariato da una cattiva?

Penso dipenda tutto dall’obiettivo, e da come ci si arriva. Si vuole davvero aiutare la comunità? Si stanno utilizzando i fondi disponibili nel modo più effettivo possibile? Oppure si stanno creando dei cicli di dipendenza, si sta pensando solo a soddisfare i bisogni dei “volontari”? Rispondere a queste domande, e porle alle persone direttamente interessate, può essere un punto di inizio.

C’è stato un momento in cui hai realizzato che le stesse persone che stavi cercando di aiutare potevano non ottenere nulla di buono dalle tue azioni.

Mi trovavo in Polinesia, a Tonga, e stavo aiutando nella costruzione di una casa. I membri della comunità locale, che offrivano il loro aiuto, venivano allontanati. Vedendo come si stava togliendo ad abitanti del luogo la possibilità di risollevare la loro comunità, ho cominciato a farmi domande riguardo lo scopo del viaggio. Nel corso delle esperienze successive, ho fatto dei calcoli approssimativi, confrontandoli i costi del progetto con quelli effettivi del viaggio, realizzando che un solo biglietto aereo avrebbe potuto sovvenzionare molti progetti. Questi dubbi si sono concretizzati quando ho letto “Toxic Charity” di Robert Lupton, e ho cominciato a lavorare direttamente con associazioni non-profit. Fortunatamente, mi sono reso conto degli effetti negativi nei primi tempi, così da non contribuire alla crescita di un sistema invalidante.

Quale può essere un segnale di allarme nel cercare un’organizzazione con cui collaborare?

È importante il modo in cui mettono i viaggi sul mercato. Promettono di salvare i bambini, glorificano il complesso del salvatore bianco? Parlano più di quanto tu avrai la possibilità di vivere di quanto non trattino i loro progetti? I servizi che offrono sono già disponibili nelle comunità? Queste domande possono dare un’idea, e aiutare a trovare le associazioni con i migliori intenti.

Un pensiero comune è che “Il volontariato sia un’esperienza per persone privilegiate”. Tu cosa ne pensi?

Credo fermamente che, come persone che hanno accesso a educazione, diritti di base e buone finanze, abbiamo il dovere di usare le nostre risorse per aiutare gli altri. Il problema con i programmi di volontariato odierni è che sono vacanze glorificate, programmi correttivi esotici per adolescenti, viaggi che servono all’ego dei viaggiatori più di quanto non siano utili alle comunità.

Sei su YouTube come “Skincare by Hyram” dal 2015, ma solo di recente hai lanciato “Selfless”. Di cosa si tratta?

“Selfless” è un canale che vuole dar luce a problemi su scala globale e fornire modi per aiutare, che si abbiano o meno i fondi per farlo. Ci sono cose tremende in giro per il mondo di cui non si sta parlando, e il mio scopo è quello di dare a queste problematiche una piattaforma, oltre che dare a chi guarda un modo per aiutare.

Come ti è venuta l’idea?
Avendo un certo seguito, cerco di non sottovalutare l’influenza che posso avere. Sento di avere la responsabilità di portare l’attenzione di chi mi guarda su argomenti più importanti, come la povertà, il lavoro forzato, l’accesso ai diritti umani di base, la violenza che facciamo all’ambiente, e così via. Se non uso la mia piattaforma per fare una differenza nel mondo, che senso ha avere un seguito?

Quali sono i tuoi piani futuri per il canale?

Spero di poter portare sul canale altri creatori, così che possano alzare la voce riguardo argomenti che gli stanno a cuore, e dar vita ad una community in grado di attuare un cambiamento tangibile. Siamo più influenzati dai “content creators” di quanto noi stessi crediamo: ogni giorno, ricevo messaggi da parte di persone che mi ringraziano per averle aiutate con una loro insicurezza (spesso il loro colore della pelle). Ed è bello. Per questo sento di dover mostrare alla mia audience che come io posso aiutare le persone, così loro possono fare lo stesso. Lavorando fianco a fianco, possiamo cambiare il mondo per il meglio.

Se potessi far uso di un qualunque canale, sito, podcast su Internet – che non abbia a che fare con te – dove andresti a guardare per ottenere informazione non filtrata?

Per quanto riguarda eventi attuali, problematiche mondiali e notizie, sarò sincero: non c’è una fonte che io ritenga pienamente affidabile. Credo che una persona debba esporsi a quante più fonti possibili e arrivare alle sue conclusioni, magari osservando i punti in comune. Per quanto riguarda, invece, la problematica dal punto di vista umanitario, tendo a incoraggiare chi mi segue a parlare direttamente con le persone interessate, e fidarsi di loro. Hanno affrontato le difficoltà di cui si parla e conoscono di prima persona il problema, e lavorando con loro, costruendo basandosi sulla loro conoscenza ed esperienza, si possono trovare soluzioni giuste e sostenibili.