Costretti a vivere tra i rifiuti: il caso di Pata Rât

› Scritto da Federica Mangano

Bastano pochi minuti di auto per arrivare a Pata Rât da Cluj Napoca. Appena fuori dalla città transilvana, a nord della Romania, si trova la grande discarica. Montagne di rifiuti ammassati in uno spazio che si estende per 22 ettari.

È questo il contesto abitativo di fianco al quale vivono 282 famiglie. Diverse comunità romaní, che costituiscono circa il 3 per cento della popolazione totale rumena, risiedono al suo interno e nelle aree circostanti. Si tratta di baracche di legno prefabbricate, rifugi e caserme di fortuna. Luoghi sovraffollati, senza una propria cucina o un proprio bagno in alcuni casi e senza acqua potabile e una rete fognaria in altri.

“La comunità di Pata Rât è divisa a sua volta in quattro sotto-comunità: Cantonului, Dallas, Colina Verde e Rampa” racconta Paula, dell’associazione FDP, la quale ha attivato diversi progetti socioeducativi e di sviluppo della comunità in quest’area.

“FDP-Protagoniști în educație”, precedentemente chiamata “Fundația Dezvoltarea Popoarelor” è stata fondata nel 1996 da volontari italiani e rumeni e attualmente ha una sua sede a Bucarest e due uffici a Cluj Napoca e a Dâmbovița.

 “Due dei principali progetti di cui ci stiamo occupando riguardano i bambini nella fascia d’età scolastica” racconta Ana, 25 anni e operatrice sociale dell’organizzazione.

Il primo percorso assicura la presenza di educatori e volontari all’interno della comunità di Pata Rât per due giorni alla settimana. I bambini partecipano a diverse attività ricreative, come gli allenamenti di rugby e a momenti di “dopo scuola” e aiuto nei compiti. Ospitati all’interno di una struttura prefabbricata grazie a finanziamenti provenienti dalla municipalità, trovano in queste esperienze un rifugio e un luogo sicuro. Nel periodo immediatamente successivo alla riapertura dopo il lockdown sono riprese le attività vere e proprie, anche se durante la situazione d’emergenza FDP ha continuato a offrire il suo supporto attraverso la distribuzione di mascherine e di generi alimentari. I bambini sono divisi in gruppi, vengono rispettate le regole di distanziamento sociale e viene garantita la possibilità di usufruire delle docce e di cambiarsi i vestiti.

Il secondo percorso rimane situato nella città di Cluj, in uno spazio vicino alla sede dell’associazione, ed è indirizzato ai bambini e alle famiglie del centro e delle zone più periferiche della comunità Romaní. È un momento di svago in cui ai bambini è riconosciuto il diritto al gioco e in cui hanno la possibilità di conoscere la realtà al di fuori del loro contesto familiare.

Nel dicembre 2010, dopo una serie di decisioni prese dalla pubblica amministrazione della città di Cluj, 706 famiglie sono state sfrattate da una delle sue strade principali del centro, Strada Coastei, per essere ricollocate in maniera forzata nell’area della discarica di Pata Rât.

Qui l’ambiente nel quale sono sottoposte a vivere è tossico, sia per le infiltrazioni che dalla discarica arrivano al suolo sia per i fumi che provengono dai rifiuti bruciati. Questi fattori contribuiscono all’insorgere di diversi problemi di salute e non garantiscono il diritto di vivere in un ambiente sano. In questo caso si può parlare di “razzismo ambientale”, come forma di discriminazione attuata nei confronti delle famiglie costrette a vivere ai margini, in uno spazio ben distinto dalla città, da nascondere sotto cumuli di spazzatura.

Questo termine è stato introdotto per la prima volta nel 1982 da Benjamin F. Chavis, direttore esecutivo della Commissione per la giustizia razziale della United Church of Christ.

Secondo una definizione del leader afro-americano per i diritti civili, nel contesto degli Stati Uniti, il razzismo ambientale è “discriminazione razziale nelle politiche ambientali, e ineguale applicazione di leggi e misure in materia ambientale; […] il colpire deliberatamente la popolazione di colore per la collocazione di discariche per rifiuti tossici; […] l’autorizzare ufficialmente la presenza di veleni e di inquinanti mortali nei siti di smaltimento di rifiuti tossici collocati presso comunità di colore”.

Nel caso della Romania questa forma di ghettizzazione incrementa la percentuale di antiziganisimo, razzismo nei confronti della comunità romanì.

Da qui lo sforzo dell’associazione FDP per ridare spazio a una marginalità e per riportare dignità ed educazione anche tra i rifiuti. Perché non rimangano storie inascoltate.

Alla necessità dell’incontro con l’altro e alla forza di continuare a “essere vento”.

“In quel campo strappato dal vento.
A forza di essere vento”
Fabrizio de Andrè, Khorakhanè

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