Il colonialismo dei tempi moderni: popolazioni indigene e Coronavirus

› Scritto da Sofia Torlontano

Il 9 agosto ricorre la Giornata mondiale dei popoli indigeni, instituita dall’ONU nel 1994.
Non esiste una definizione universalmente condivisa di cosa significhi essere indigeni, ma le Nazioni Unite hanno fissato alcuni criteri, ad esempio l’auto-identificazione come popolo o la continuità storica con le società pre-coloniali.

Nel mondo attualmente esistono circa cinquemila tribù indigene, e seppur tradizioni e stili di vita siano diversi tra comunità e comunità, tutte hanno in comune il forte legame con i territori e le risorse naturali circostanti.

Non c’è quindi da stupirsi che queste comunità siano le prime “attiviste” per contrastare il cambiamento climatico, poiché sarebbero colpiti in modo sproporzionato da questo fenomeno, anche se, secondo l’Onu, queste popolazioni contribuiscono meno di tutti alle emissioni di gas serra nel mondo.
Ad esempio in Europa la maggior parte delle comunità indigene si trovano nella regione artica, e con lo scioglimento dei ghiacci marini sono a rischio le attività di caccia, pesca e pastorizia che costituiscono la base del sostentamento della popolazione.

Oltre al fattore ambientale, una delle cause che mette più in pericolo queste comunità è la civilizzazione forzata messa a punto dalle società dominanti in cui vivono. Le popolazioni indigene sono una diversità antropologica da preservare e tutelare, come sottolinea anche l’articolo 8 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni:
“I popoli e gli individui indigeni hanno diritto a non essere sottoposti all’assimilazione forzata o alla distruzione della loro cultura”.

Si potrebbe pensare che l’ideale di una società moderna, che deve colonizzare e civilizzare popolazioni arretrate, sia datata e poco attuale, eppure anche nei giorni nostri si cerca in ogni modo di sfruttare e colonizzare riserve e tribù antiche.

A riguardo, a inizio 2020, in Brasile il presidente Bolsonaro ha proposto come nuovo capo del dipartimento per gli Indiani Incontattati (Funai) il missionario evangelico estremista Ricardo Lopes Dias.
Come riporta l’ONG Survival, la nomina di un missionario evangelico per la tutela delle popolazioni indigene è come dichiarare apertamente l’intenzione di voler civilizzare e evangelizzare le tribù incontattate. Inoltre, un recente progetto del Presidente Bolsonaro mira ad aprire le riserve indigene all’attività estrattiva e allo sfruttamento delle risorse, cosa che implicherebbe un diretto sopruso.

Spostandoci dall’altra parte del mondo, un altro sopruso che subiscono queste comunità è la commercializzazione della loro cultura, come avviene in India. Esistono infatti dei veri e propri “safari umani” nella foresta degli Jarawa che permettono a turisti di dare un’occhiata agli “indigeni primitivi” come fossero una grande attrazione.

E qui arriva il punto: quando turisti, cacciatori, taglialegna, missionari e cercatori d’oro (come avviene in Brasile) entrano in contatto con una popolazione indigena, rischiano di veicolare malattie e virus esterni non affrontabili dalla popolazione.
Tipo il coronavirus.

Le comunità indigene non hanno a disposizione medici, cibo, medicinali, ospedali attrezzati né le difese immunitarie adatte a fronteggiare il virus. Non hanno acqua per lavarsi le mani ogni ora, non hanno gel igienizzante, vivono tutti insieme negli stessi spazi, condividono oggetti. E, cosa più importante, non ci sono strumenti che possano metterli in guardia dalla pandemia.

È bastato infatti il primo caso per innescare quello che si pensa potrà diventare un vero e proprio genocidio.
Il virus si diffonde in fretta nei territori dell’America del Sud: I Siekopai, che vivono tra Ecuador e Perù, pochi giorni fa denunciavano 15 casi di contagio su una popolazione totale di 744 persone. Numeri che in proporzione fanno davvero paura.

In Brasile invece, secondo lo studio del projeto Amazônia Indígena, «Il tasso di mortalità del coronavirus tra gli indigeni (il numero di morti per 100 mila abitanti) è del 150% superiore alla media brasiliana e del 19% superiore a quello registrato nella sola regione del Norte: il più alto tra le cinque regioni del Paese».

Oltre al rischio di perdere intere comunità, questo virus sta provocando grandi disequilibri tra le tribù, lotte di successione e perdita dei leader tradizionali. Come sottolinea la dottoressa Sofia Mendonça, ricercatrice dell’Università Federale di San Paolo, “è estremamente facile che il virus si diffonda attraverso le comunità native e li stermini. Si ammalano tutti, perdi tutti gli anziani, la loro saggezza e organizzazione sociale. È il caos”.