Non è un paese per giornalisti

› Scritto da Edoardo Petricca

Il tribunale di Salerno e quello di Bari hanno chiesto di sottoporre al vaglio della Corte costituzionale la pena sanzionatoria del reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa. Il motivo principale è la non conformità del nostro sistema sanzionatorio agli standard europei, segnati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ritiene sproporzionata la pena detentiva per i giornalisti rei di diffamazione in rapporto all’importanza della libertà di pensiero e di espressione nello stato di diritto.

La Corte costituzionale ha deciso di rinviare la decisione al 22 giugno 2021, per dare la possibilità al parlamento di legiferare in merito, considerate anche le varie proposte di legge pendenti “in uno spirito di leale collaborazione istituzionale e nel rispetto dei limiti delle proprie attribuzioni”, come si legge sulla Gazzetta Ufficiale.

In risposta alla Consulta, la Commissione di Giustizia del Senato ha approvato un emendamento al d.d.l. Caliendo, che tratta della riforma del reato di diffamazione, che garantirebbe sanzioni esclusivamente pecuniarie per i giornalisti colpevoli, togliendo dunque definitivamente la pena detentiva.

Tuttavia, l’entità delle multe proposte ha fatto sollevare molte polemiche: da cinquemila euro fino ad arrivare a cinquantamila per chi diffonde false notizie con la consapevolezza della loro falsità, per mezzo stampa, su testate online o via radiotelevisione.

Il rischio è che multe così alte siano tanto coercitive quanto la detenzione, vista la possibilità economica della maggioranza dei giornalisti di oggi, che operano soprattutto sul web. Il giornalismo d’inchiesta, che più di tutti espone un giornalista al rischio di commettere diffamazione, diventerebbe appannaggio di una élite economica, tagliando fuori tutti coloro che fanno informazione “in piccolo”.

Un’altra criticità del d.d.l. Caliendo è rappresentata dall’obbligo di rettifica senza possibilità di commento da parte del giornalista. In sostanza, non è data l’opportunità di spiegare il perché si sia scritto il falso. Questo da un lato considera a priori la diffamazione dolosa, dall’altro favorisce la scarsa chiarezza intorno ai fatti.