Extinction Rebellion, rivolte a Londra: la grande assente è la stampa

› Scritto da Ygnazia Cigna

Cercando online “manifestazioni per l’ambiente” escono solo risultati che risalgono ad aprile, settembre e ottobre 2019. Non è il Coronavirus a fermare le manifestazioni, ma è la loro copertura mediatica ad essere cambiata nel tempo.

Le prime settimane di settembre il movimento di giustizia climatica e sociale Extinction Rebellion, noto anche come XR, ha occupato le principali piazze di Londra con azioni molto forti di disobbedienza civile.Tanti sono stati gli arresti.

Il movimento mira a utilizzare la disobbedienza civile per costringere i governi ad agire sull’emergenza climatica. Provocano interruzioni della vita civile, scandalizzano, mirano a essere scomodi per portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni le problematiche legate all’ambiente.

I dati parlano chiaro, i metodi di XR funzionano. Tra i giovani britannici la preoccupazione per l’ambiente è in crescita. Il 45 per cento dei 18-24enni ritiene le questioni ambientali una delle preoccupazioni più urgenti della nazione, rendendola seconda solo alla Brexit. L’aumento esponenziale della percezione è principalmente dovuto al lavoro di Extinction Rebellion, con le proteste di massa e le azioni dirette a Londra ad aprile 2019 e all’attivismo di Greta Thunberg iniziato nello stesso periodo.

Di recente, però, il numero di persone che ritengono le questioni ambientali un problema prioritario per la Gran Bretagna è sceso al 17 per cento, il che significa che si è classificato solo come il sesto problema più grande.

I ribelli di XR non si fermano. Con un programma ben delineato hanno manifestato di giorno in giorno per una tematica specifica. Le azioni sono state molto forti. Le carceri si sono riempite, ma gli arresti sono parte fondamentale della strategia di XR. L’obiettivo è, da un lato, attirare l’attenzione mediatica e, dall’altro, sopraffare il sistema giudiziario per ottenere sostegno e forzare il cambiamento.

Gianluca Esposito, 24 anni, attivista italiano per Extinction Rebellion, è partito le scorse settimane da Venezia ed è giunto a Londra per sostenere, direttamente sul campo, l’inizio del percorso di ribellione di settembre.

Perché Londra?

Perché XR si dichiara a novembre 2018 in Inghilterra, con il blocco di 5 ponti principali a Londra. Oggi è un movimento ma “Extinction Rebellion” nacque come una campagna d’urgenza del movimento “RisingUp!”, a seguito degli ultimi appelli della comunità scientifica. La prima azione diretta è stata a Londra, a novembre 2018, con il blocco contemporaneo di cinque ponti, di cui solo tre erano autorizzati. La prima ribellione vera e propria fu poi ad aprile e la seconda ad ottobre, sempre a Londra.

Cosa chiedete alle istituzioni?

Che venga detta la verità sull’emergenza climatica e che sia affrontata con l’urgenza propria di un’emergenza, con articoli quotidianamente in prima pagina. I tre obiettivi generali di XR sono più uno slogan che richieste esaustive. La nostra strategia è “chiedere l’impossibile”. Alzare sempre di più l’asticella degli obiettivi. Non chiediamo ciò che è possibile, ma in contrasto con la strategia comune delle istituzioni politiche dell’andare sempre più a ribasso, noi opponiamo richieste sempre maggiori, quasi impossibili, per alzare l’asticella dei risultati. Di fatto l’obiettivo principale di XR è quello di spostare e forzare la finestra di Overton, principalmente con azioni di disobbedienza civile.

Quali azioni di disobbedienza civile hai fatto e quali sono state le conseguenze?

Ho partecipato a un’azione contro la fast fashion. Abbiamo scelto, simbolicamente, il noto marchio H&M. Ci siamo spogliati, siamo entrati in una loro vetrina e ci siamo incollati con l’attak. “Non indossare l’ingiustizia. meglio essere nudi” erano i cartelli che avevo addosso. Abbiamo attirato l’attenzione, centinaia di persone e giornalisti ci hanno circondato. L’obiettivo delle azioni dirette è questo: attirare l’attenzione, soprattutto dei mass media. Poi è arrivata la polizia che ci ha scollato le mani con un solvente, abbiamo tutti opposto resistenza passiva e poi ci hanno caricati di peso e ci hanno portati via. Sono stato arrestato: 23 ore in cella per “danno criminale a un’attività commerciale con aggravante di aver fatto resistenza passiva”.

La stampa italiana non ne parla, quella inglese?

Poco. Ad aprile 2019 con la prima ribellione abbiamo avuto una copertura mediatica molto ampia. Ad ottobre 2019 la ribellione è stata ancora più partecipata, circa 30mila persone, ma la copertura mediatica è scesa. Oggi la copertura è scesa ancora di più: se ne parla molto poco, gli articoli sono pochi ed hanno poca rilevanza. Per importanza e grandezza dell’evento la copertura mediatica non è proporzionata.
Ecco perché credo che la strategia d’azione di XR debba cambiare. Non possiamo pensare di fare sempre le stesse azioni pensando che funzioni sempre ugualmente. Il sistema apprende rapidamente e si preserva dal cambiamento.

Un tuo appello alla stampa?

Lo scenario mondiale è sconcertante. Dobbiamo collaborare davvero se vogliamo avere qualche possibilità di mitigare gli effetti devastanti della crisi ambientale. L’intera comunità scientifica sta facendo il proprio lavoro nel comunicare l’urgenza di quella che è la situazione in cui siamo e, dopo innumerevoli avvisi di emergenza inascoltati, è tempo che gli esperti della comunicazione e dei media scendano in campo dalla stessa parte, quella della vita, e si impegnino a dar voce agli scienziati e scienziate.
È necessario che venga utilizzato un linguaggio emergenziale per descrivere questa crisi. Non chiamiamolo “cambiamento climatico”, ma diamo un nome a questa minaccia: “crisi climatica”, “collasso climatico” o “emergenza climatica”. Chiedo responsabilità in questo ruolo: informare davvero per permettere alle persone di essere consapevoli, in particolar modo se la vita di tutte e tutti è in pericolo. Ho sentito dire da un direttore di un giornale nazionale, con certa ironia, che scrivere articoli sull’emergenza ambientale annoia i lettori e le lettrici. Non è un gioco: non comunicare oggi l’emergenza con tutto l’impegno possibile vale a dire contribuire all’ecocidio e non mi contengo nel dire che si tratta di un vero e proprio crimine contro l’umanità.
Impegnarsi realmente in tutto il mondo per informare le persone potrà contribuire a salvare centinaia di milioni di vite.