Il Turtle Point di Napoli, dove le tartarughe sono protette e “restituite” al mare

› Scritto da Simona Vassallo

Qualche tempo fa su Change the Future abbiamo parlato del Turtle Hospital di Marathon, in Florida, e del progetto Life Medturtles, entrambi aventi lo stesso scopo: proteggere e tutelare le tartarughe marine, oggi a rischio estinzione.

Anche in Italia esistono strutture simili al Turtle Hospital perché, anche se in quantità inferiori rispetto ai grandi oceani, le tartarughe marine nuotano anche nel Mediterraneo. È proprio in questo contesto che si inserisce il Turtle Point di Napoli, gestito dalla stazione zoologica Anton Dohrn. Il centro, situato a Portici, città non molto distante da Napoli, si inserisce nel panorama del golfo di Napoli non solo come centro di recupero per le tartarughe ferite ma anche come osservatorio dello stato di salute del golfo stesso.
All’interno del centro operano più figure professionali assieme, dai volontari ai ricercatori, dai tesisti per finire con il medico veterinario: noi abbiamo fatto alcune domande alla dottoressa Sandra Hochscheid, tecnologa all’interno della stazione.

Che cos’è e di cosa si occupa il turtle point di Napoli?
Il turtle point è un centro di recupero e ricerca per le tartarughe marine: il nostro scopo è quello di minimizzare la mortalità dovuta alle attività antropiche non proprio sostenibili come la pesca a strascico, l’inquinamento, il traffico marittimo attraverso la collisione con le imbarcazioni.
Nel centro vengono ospitate tartarughe in difficoltà perché ferite o trovate spiaggiate e funziona esattamente come un ospedale: abbiamo un veterinario che visita le tartarughe e in caso di bisogno abbiamo una sala per gli interventi chirurgici. E quando sono guarite vengono restituite al mare.

In che condizioni arrivano gli esemplari? Provengono solo da golfo di Napoli?
Le Tartarughe arrivano in tutte le condizioni, dal caso più grave dove l’animale è già moribondo e non sopravvive neanche alle 12 ore successive all’arrivo in struttura oppure animali con un amo ingerito. In questo caso verifichiamo in che punto si trova ed eventualmente interviene il veterinario con la rimozione chirurgiche dall’amo. A volte arrivano anche con la lenza ingerita, che fa più danni perché si avvolge attorno all’intestino, per cui l’animale arriva emaciato, debole, che non ha mangiato per settimane e questi sono casi più difficili e delicati da recuperare. Può anche accadere che arrivino tartarughe che non hanno nessun problema particolare.
Di solito provengono dalle coste della Campania e di solito da qualche costa vicina come Lazio o Calabria, meno dalle Eolie e Sicilia. Con il Lazio in particolare abbiamo un protocollo di intesa dove la Regione riconosce il centro come luogo di recupero di riferimento.

Com’è cambiato il vostro operato durante il periodo di lockdown ?
Abbiamo dovuto tenere solo le attività minime come dare da mangiare alle tartarughe, pulire le vasche e controllare la qualità dell’acqua, ma questo si riferisce solo alle tartarughe già presenti prima del covid. Durante il periodo di quarantena, invece, non ne sono arrivate, probabilmente perché le persone non erano presenti sulle spiagge e quindi nessuno le ha segnalate. Sicuramente anche la diminuzione del traffico marino è una causa di assenza di segnalazioni, anche se c’è da dire che in questo periodo (fine maggio, ndr) le tartarughe sono poco attive quindi ci sono meno collisioni in generale.

Cosa possiamo fare se troviamo, non solo una tartaruga in difficoltà ma anche dei cuccioli oppure delle uova?
È importante che l’animale avvistato in spiaggia non vada mai riportato a mare perché se è lì c’è un perché. Se una tartaruga ha problemi andrebbe segnalata a noi oppure alla capitaneria di porto più vicina.
In estate può capitare che la femmina risalga a galla per nidificare. Non sempre le persone capiscono questo gesto e spesso pensano sia in difficoltà per cui cercano di farla ritornare in mare. Se il ritrovamento è in mare noi consigliamo di riportare la tartaruga e consegnarla alla capitaneria, nel caso in cui si tratti di un peschereccio, e di non rimetterla in mare perché per chi è inesperto non è facile riconoscere se la tartaruga ha dei problemi o meno.  
Se la tartaruga viene ritrovata nella rete o ha dei pezzi di plastica anche se questi vengono rimossi non è detto che non abbiano lasciato ferite che: anche qui noi consigliamo di portare la tartaruga a noi o comunque al porto più vicino dove noi stessi verremo a recuperarla tramite una staffetta.

E quando non le vediamo? Cosa possiamo fare per proteggere questi esemplari a rischio?
In generale basterebbe rispettare le regole che già ci sono come non buttare spazzatura nell’ambiente. Sembra banale ma è importante, se abbiamo un rifiuto da differenziare, di farlo negli appositi contenitori: oggi sulle spiagge si verifica già una presenza di un nuovo rifiuto, ovvero le mascherine.
Altre pratiche legate all’inquinamento possono essere la riduzione della plastica come involucro alimentare o evitare ove possibile il monouso.
Chi possiede una barca dovrebbe seguire le norme del traffico marittimo: non ancorare dove non permesso e rispettare i limiti di velocità perché dobbiamo pensare che le tartarughe quando ritornano in superficie, e lo fanno per respirare perché come noi hanno i polmoni, sono molto lente poi a riscendere. Di conseguenza può essere facilmente investita da una barca se questa va a grande velocità e spesso queste sono ferite gravi e mortali.