Couchwandering, una mostra fotografica racconta il mondo durante la quarantena

› Scritto da Ken Anzai

In questi giorni è possibile osservare alle Scuderie di Palazzo Moroni, a Padova, la mostra “Couchwandering”: una serie di fotografie realizzate durante la quarantena attraverso gli screenshot su Street View, servizio di Google Maps. Ho intervistato quindi Francesca Paluan e Davide Mantovanelli: la prima si è concentrata maggiormente sull’esplorazione di paesaggi sconosciuti ai più, mentre il secondo si è soffermato sugli errori con una camera 360°, inserendo maggiormente un’impronta “street”. Queste fotografie saranno in mostra fino al 25 ottobre.

Utilizzare Street View per fare fotografie era un’idea nata già da qualche anno da Jacqui Kenny, su Instagram street view.portraits: tutto è partito dal fatto che a causa dell’agorafobia e dell’ansia i suoi viaggi sono limitati.

Vi siete ispirati direttamente da lei o vi siete ispirati a vicenda?

Francesca: Ho cominciato per prima io, poi ho fatto vedere qualche foto a Davide e di conseguenza gli è venuta voglia di provare qualcosa, poi, nonostante il mezzo fosse lo stesso, sono venute fuori due cose totalmente.

La quarantena è sicuramente l’antitesi della street photography. Quanto avete sofferto il fatto di non poter andare in giro ma al tempo stesso poterlo fare digitalmente con Street View?

Davide: Io ho sofferto molto, anche perché a febbraio ero a Barcellona per un workshop di street photography, ero lanciatissimo. Ho sofferto molto l’arrivare a casa carichissimo ma non potermi muovere.

F: Io non così tanto, mi sono successe un paio di cose dal lato medico e quindi avevo altre cose per la testa. Ho cominciato questo progetto quando mi hanno dimessa dall’ospedale.

Avete trovato qualcosa in questo progetto che vi facesse rivalutare la street photography?

D: Nell’uso di Street View è presente sicuramente un processo più lento e ragionato perché hai tempo di creare la giusta inquadratura e la giusta composizione. In termini didattici hai modo di affrontare la strada “reale” con più calma. Al di là di questo penso che siano due cose completamente diverse, nonostante i soggetti siano simili.

F: Nel mio caso è decisamente diverso perché mi sono concentrata maggiormente sui paesaggi. La presenza umana, se c’era, era decisamente minima. Come diceva Davide, hai tutto il tempo per fermarti e guardarti attorno, ma come metodo ha dei limiti: mi sono capitate delle volte in cui volevo avvicinarmi di più ad alcuni soggetti o alcune case, ma non potevo. In strada hai meno tempo, ma più libertà di spazio.

Una funzione che implementereste in Street View, magari anche a vostro favore?

F: Estendere le mappe in tutto il mondo, in posti in cui non andrò sicuramente nella mia vita, come può essere il Kazakistan. Ad esempio in Mongolia ci sono strade che finiscono. Oppure in Nuova Zelanda ci sono immagini ancora molto vecchie, e la definizione era molto bassa.

Ipotizziamo – ovviamente facendo gli scongiuri – un secondo lockdown, rifareste questo progetto?

F: Ci stavo pensando in questi giorni, anche senza lockdown io passerei tranquillamente due ore a casa a fotografare in Street View. Mi piace.

D: Idem, questo progetto ha salvato la mia sanità mentale durante il lockdown.

A maggio Stuart Paton in un’intervista ci ha detto: “Con l’avvento del digitale la fotografia è arrivata a un punto da farci mettere in dubbio l’autenticità delle immagini. Credo che l’intelligenza artificiale riguardi più la società globale e non la fotografia e l’autenticità della stessa.” Siete d’accordo?

D: Personalmente sono aperto a qualsiasi forma di progresso digitale, nel nostro piccolo in fotografia vediamo già cose impensabili, basti guardare il telefono e la sua messa a fuoco, che può essere decisa selettivamente a posteriori. Quindi credo che tra qualche anno avremo delle possibilità pazzesche, la qualità è incredibile. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale è difficile fare previsioni.

F: A livello di sensibilità emotiva, artistica ed empatica non so cosa potrebbero inventare che possa essere sostitutivo. A volte la fotografia è incredibilmente casuale. Mi chiedo anche iocome abbia fatto a fare certe foto. Non so come potrebbero sviluppare un algoritmo che sappia “prendere” momenti casuali.

D: Ma in realtà penso che potrebbero, sai? Anche quella che noi definiamo l’imperfezione benefica, il “Wabi-sabi” nella visione giapponese, potrebbe essere implementabile dall’intelligenza artificiale. Non saprei…

F: Dovrebbero unire una miriade di elementi, perché alla fine dei conti la fotografia non è solo la capacità visiva e il saper comporre, ma è anche il saper cogliere l’ironia di una situazione piuttosto che uno sguardo. È molto difficile costruire una formula. Ma alla fine io non vedo l’ora che facciano ad esempio degli occhiali che facciano delle foto, quello sarebbe un cambiamento radicale della fotografia. Poi per carità, noi stiamo ancora qui a guardare i capolavori di Bresson, anche se abbiamo la possibilità di fare migliaia di fotografie in più in una giornata.

C’è qualcosa che vorreste migliorare nel mondo della fotografia attuale?

D: Per quanto riguarda “la street” sì, dal punto di vista legale. In Italia non è così tanto fattibile sulla carta, non è un genere così praticabile nel momento in cui si pubblica il volto riconoscibile di una persona. Mi piacerebbe molto che la legge italiana riconoscesse la valenza artistica della cosa e creasse una sorta di luogo d’eccezione.

F: C’è un po’ una concezione “vecchiotta” della fotografia di matrimoni. In Inghilterra sta spopolando Ian Weldon, ma è praticamente un fotografo street in un matrimonio, che coglie tutti gli aspetti ironici. È quindi difficile trovare una clientela….

Riguardo a questo, dove posizionereste l’Italia nel mondo per quanto riguarda la cultura del rispetto per l’arte e secondo voi quante persone considerano la fotografia un’arte?

F: Se si pensa alle elementari, alle medie e alle superiori non ci sono ore dedicate alla fotografia. Per quanto riguarda l’università, in Abruzzo c’è qualcosa di quasi gratuito, che io sappia. La fotografia non è culturalmente diffusa. Di solito quando si studia l’arte, anche moderna, non ci si sofferma mai su fotografia, video e cinema, che oggi sono i mezzi più utilizzati per comunicare. Questo è un po’ un paradosso. Almeno alle superiori, durante le ore di arte, avere un po’ un’infarinatura di quello che è la fotografia non sarebbe male.

D: Studiare fotografia è l’equivalente dello studiare letteratura.

E per quanto riguarda la fruizione delle immagini, come vedete il futuro della fotografia in parallelo con quella del video? 

D: Ci sono più punti di vista. Sul lato commerciale, mi viene da dire che il video fa già da padrone sulla fotografia. Per quanto riguarda il campo artistico, sono due campi totalmente diversi. La nascita dei due generi è piuttosto vecchia ed è avvenuta in due momenti diversi, la fotografia all’inizio dell’800 mentre il video nella fine dell’800. Poi ci sono fotografi che hanno smesso di fotografare, girano video e prendono soltanto il fotogramma interessante. Quindi le due forme le vedo molto dipendenti tra loro e lo saranno molto di più in futuro. Poi chiaramente, il video è più facile da leggere rispetto ad una fotografia che è molto interpretabile.

F: Però questo è anche un bene, ci sono street photographer che facendo video catturano momenti talmente assurdi e particolari che una sola fotografia non potrebbe raccontare, perché ci sono altri elementi, come ad esempio la voce di una persona, che non può essere inclusa in una foto. Penso che di questo passo nascerà una street video.