La fotografia per indagare la psicologia della pandemia

› Scritto da Ken Anzai

Tutti noi abbiamo visto durante queste settimane una serie di foto realizzate a San Pietro, a Piazza Venezia o in Piazza Duomo in cui compare un solo uomo: il Papa, Sergio Mattarella, Andrea Bocelli. Abbiamo visto anche bambini giocare col pallone, ambulanze sfrecciare, i segni che lasciano le mascherine a chi lavora in ospedale. 

Queste immagini sono opera di fotogiornalisti. Stuart Paton è un fotografo, ma non ha realizzato nessuno di questi scatti. Nelle sue opere si vede un po’ di influenza surrealista, anche se prova a non definirsi tale.​ “Cerco di essere un documentarista più libero, ma è molto soggettivo. Tendo ad essere definito più come street photographer, in maniera discutibile”. In queste settimane sta lavorando al progetto 1CMOIVLIADN19: una documentazione di questo periodo di lockdown.

Qual è il concept di questo progetto?

Innanzitutto, il concept ha due presupposti: il primo è che non sono un fotogiornalista, quindi non sto facendo foto alla polizia, ai dottori, alle ambulanze, agli ospedali perché ci sono altri colleghi che stanno già documentando. In secondo luogo, vorrei realizzare qualcosa di più personale e non commissionato. Sto provando a documentare il dramma del Coronavirus e il lockdown al di fuori della narrazione fatta con foto alle mascherine o alla situazione dentro gli ospedali. Indago il profilo psicologico della situazione e testimonio la mia idea con il racconto di una società e una civiltà vicina al collasso attraverso l’aspetto psicologico delle persone e alla loro paura per la situazione che stiamo vivendo. Una visione realistica, critica, di quello che può succedere durante la pandemia del Coronavirus. Invisibile, nonostante ci siano notizie tangibili per quanto riguarda vari aspetti: gli ospedali, la salute, le persone, i medici e le regolamentazioni. 

Pensi che i tuoi lavori possano adattarsi e “competere” con le foto che passeranno alla storia, come le immagini del Papa in una piazza San Pietro deserta?

Non ne ho idea, provo a fare il possibile e sarei contento se qualche mia foto divenisse iconica. Penso che le persone non trovino di immediata e facile lettura le mie foto, poiché non ci sono elementi di connessione tangibili.

Pensi che questo evento possa cambiare il tuo occhio e di conseguenza il tuo stile nei prossimi progetti?

Possibile, perché di solito scatto foto dove ci sono tante persone, tram, situazioni che non sono molto agevoli per scattare, rispettando rigorosamente la privacy. Sono in cerca di luoghi emblematici che possano raccontare ciò che accade nella realtà. Sto sperimentando e facendo foto che possano raccontare la realtà, attraverso immagini distorte e provocatorie. Mi guida l’idea di questa minaccia nell’ombra che mi sta accompagnando negli ultimi anni: una società destinata al collasso nei prossimi duecento anni, le cose che si deteriorano nel tempo. La mia filosofia e l’attitudine restano costanti, nonostante i cambiamenti delle dinamiche, ciò non mi sconvolge perché sono pronto.  L’unico elemento con cui ho maggiore difficoltà è ritrarre i soggetti. 

Si sente spesso dire che l’artista non è un vero lavoratore. È come se la cultura si trovi trovasse in un livello secondario della società, a differenza dei secoli passati. Anche il governo – e di riflesso i media e l’opinione pubblica – non ha menzionato gli artisti in quanto lavoratori. Cosa ne pensi di questa situazione? Qual è il ruolo dell’artista oggi e domani, nella società?

Le decisioni che ha preso il governo a causa dei potenziali sovraffollamenti sono comprensibili. Come è comprensibile mettere in secondo piano la cultura in questo momento di crisi. Poi, secondo me, l’artista oggi deve documentare il periodo e saperlo spiegare seguendo la propria arte, che sia un pittore, cantautore o un fotografo. Nel futuro spero che le persone considerino l’arte differentemente, anche se non sono molto ottimista. Mi piace pensare che la popolazione sarà diversa, migliore rispetto a quella di oggi dopo la pandemia, ma penso che probabilmente il gap tra le persone che consideriamo “buone” e quelle che consideriamo “cattive” aumenterà.

E riguardo il progresso tecnologico nei prossimi dieci anni nella fotografia? Ad esempio l’imporsi dell’intelligenza artificiale?

Con l’avvento del digitale la fotografia è arrivata a un punto da farci mettere in dubbio l’autenticità delle immagini. Credo che l’intelligenza artificiale riguardi più la società globale e non la fotografia e l’autenticità della stessa. Un esempio recente è il tracking dei potenziali malati e la gestione dei big data da Apple e Google. Provo comunque ad entrare nella fotografia come soggetto influenzato dalle notizie e cercare di essere il più tangibile possibile.

Qual è il modo migliore per “consumare” l’arte, oggi?

È sicuramente molto soggettivo, dovremmo essere aperti mentalmente e istruiti su ciò che vediamo, per cogliere i riferimenti culturali. Questa è la miglior attitudine per fruire dell’arte. 

Photogallery: https://stuartpatonphoto.wixsite.com/stuartpatonphoto

LEGGI ANCHE: