La speranza non riposa mai, neanche d’estate. «Vi racconto la mia invisibilità»

› Scritto da Carmen Torretta

La storia di A., giovane senegalese che vive in Italia da dieci anni, è lo specchio degli ostacoli che un migrante trova davanti per poter anche solo immaginare un futuro. Diplomato in informatica, sognava solo un ufficio in cui lavorare.

In Italia è in corso il Decreto Rilancio, una manovra sanatoria per i lavoratori che stanno affrontando le perdite economiche delle loro attività a causa della pandemia Covid-19. Uno dei punti contenuti dal decreto è la regolarizzazione dei migranti, punto di scontro tra le falle partitiche italiane.

Le richieste dei permessi di soggiorno (Pds) fanno parte di un ingranaggio grigio e complesso, con tempi di rilascio discutibili, e la loro durata dovrebbe essere valutata rispettando le esigenze del richiedente e questo non sempre accade.

Se sei un migrante regolare con un contratto di lavoro regolare “ieri”, rischi di trovarti clandestino domani per un errore di sistema. Ci siamo mai veramente chiesti cosa significhi la parola “asilo”, per esempio? Siamo veramente in grado di capire cosa si prova ad attraversare chilometri di terra e mare per ricongiungersi a un proprio caro? Abbiamo idea di cosa significhi viaggiare su un vecchio peschereccio o dormire sotto il gelo bosniaco? No, non è un campeggio, ma tappa necessaria per chiedere all’Europa un posto di lavoro e un po’ di dignità? Le domande sono tante e ogni dettaglio nascosto è un’altra storia che aspetta di essere ascoltata.

Un po’ come è successo con A., un giovane senegalese che ho incontrato e che vive in Italia da dieci anni. Mi racconta che quando è arrivato qui era un giovane pieno di aspettative, che aveva in tasca un figurone di diploma d’informatica in inglese. Già si immaginava in un ufficio a programmare, in uno di quelli «che vedevo in televisione quando ero un bambino. In Senegal noi cresciamo guardando molti film americani e alla fine sogni di farne parte in qualche modo. Ecco perché decisi di partire». Fin qui tutto normale, a chi non è capitato di fantasticare nello stesso modo?

Peccato che in Senegal spostarsi non sia la regola e che per ottenere un passaporto ci vogliono tempo e denaro. Ma A. ce la fa, è testardo e parte. Approda in Spagna e dopo qualche mese raggiunge l’Italia, che non lascerà più. Iniziano per lui gli anni della clandestinità e delle rincorse per le richieste di soggiorno. Ricorda con amarezza quel giorno a Brescia quando le persone che avrebbero dovuto aiutarlo a integrarsi e a cercare un lavoro gli dissero «Entra nel primo negozio di cinesi, compra accendini e bracciali, e inizia a fare il venditore ambulante. Noi qua facciamo tutti questo». Sbam, futuro in frantumi.

Immaginiamoci un ragazzo di vent’anni all’estero, che non parla la lingua del Paese ospitante e che si trova nel giro di amici sbagliati. Il destino di una persona trova mille scappatoie per mostrarsi e la soluzione migliore per te sembra essere la cosa più lontana da te. Dieci anni della vita di A. sono andati via proprio così, scappando dalla trappola della strada e dal denaro guadagnato in nero fino a raggiungere un equilibrio in Puglia, nella provincia di Taranto, un luogo che chiama casa senza paura di essere giudicato.

Ora A. parla fluentemente italiano e il dialetto della cittadella pugliese d’adozione, è stanco, ma non più timoroso di mostrare il suo volto.

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