“I can’t breathe”: gli Stati Uniti e il canto della rivolta

› Scritto da Jacopo Gasparetti

Ormai è chiaro: il 2020 non è un anno all’insegna della normalità. La pandemia, le sommosse, le rivolte, la crisi economica, le guerre, la disoccupazione, la povertà, gli scontri tra le grandi potenze, i dazi e gli embarghi, la concreta speranza per milioni di persone di provare a cambiare il sistema di cose presenti, sono tutti aspetti che stanno indirizzando questo periodo verso una nuova fase di incertezza diffusa.

Da quando è stato pubblicato il video che mostra l’agonia di George Floyd – l’afroamericano di 46 anni ucciso lunedì 25 maggio da un poliziotto durante l’arresto – la rabbia è esplosa in decine di città americane e in altrettante capitali in tutto il mondo. I video girati tra le strade di Minneapolis, tra macchine bruciate, fiamme, negozi distrutti e nubi nere a coprire il cielo, potevano tranquillamente dare l’idea di trovarsi sul set cinematografico di “Hunger Games”.  

Quel video straziante ha fatto il giro del mondo, sollevando un’ondata di indignazione e di rabbia collettiva per il comportamento brutale e razzista della polizia che in un primo momento ha tentato di minimizzare. Infatti, nella prima dichiarazione successiva al decesso, la polizia ha dichiarato che Floyd – arrestato con l’accusa di aver usato un assegno contraffatto in un negozio – dava “l’impressione di soffrire semplicemente di problemi medici” e che la morte dell’uomo fosse dovuta a problemi relativi a condizioni preesistenti. Nel primo bollettino medico non si menziona in nessun modo il comportamento violento degli agenti.

La seconda perizia medica, richiesta dalla famiglia della vittima, ha chiaramente dato esito diverso: George è stato ucciso, ed è morto per “asfissia causata da compressione al collo e alla schiena”. Per il legale “non è stato solo il ginocchio sul collo di George a provocarne la morte, ma anche il peso degli altri due poliziotti sulla sua schiena”, per cui tutti gli agenti presenti sono “penalmente responsabili” e “senza dubbio” lo sono anche “da un punto di vista civile”.

Sui social è cresciuta l’indignazione anche di personalità dello sport e dello spettacolo, come LeBron James e Madonna: “Fuck the Police!”, ha scritto su Instagram la cantante. L’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani Michelle Bachelet ha invitato gli Stati Uniti ad agire per “fermare gli omicidi di afroamericani da parte della polizia”.

Le proteste nelle maggiori città americane hanno incluso Washington D.C. e hanno anche avuto un impatto sulla sicurezza del presidente Donald Trump. Infatti, per oltre un’ora, Trump con la moglie Melania e il figlio Barron sono stati costretti a rifugiarsi nel bunker sotterraneo della Casa Bianca su consiglio dei servizi di sicurezza. Successivamente, il presidente è uscito dalla Casa Bianca a piedi dirigendosi alla vicinissima Saint John Episcopal Church, la cosiddetta “chiesa dei presidenti”, oltrepassando le urla della folla. Le forze dell’ordine sono state costrette a lanciare lacrimogeni e proiettili di gomma per aprire il varco al presidente.

Davanti alla chiesa Trump si è fatto fotografare tenendo in mano la Bibbia. Al suo fianco erano presenti anche il ministro della Difesa Mark Esper e il Chairman of the Joint Chiefs of Staff (Capo delle Forze Armate). Uno spot elettorale per dimostrare ai suoi sostenitori religiosi evangelici che è sempre con loro e che userà i militari e tutta la forza necessaria per mantenere l’ordine. La reverendo Marianne Budd, poco dopo ha espresso la sua indignazione per non avere ricevuto un preavviso della visita e soprattutto per l’uso inappropriato del luogo sacro. Secondo Budd, Trump ha usato la Chiesa per i suoi scopi politici e per promuovere l’incitamento alla violenza.

Oltre allo scampato linciaggio, Trump è rimasto sconvolto dalla diffusione della rabbia e delle proteste che si sono diffuse a macchia d’olio, dal Minnesota alla Francia, dallo stato di New York alla Germania, da Portland a Bruxelles, da Seattle ad Atene, da Londra fino a Madrid. Decine di cortei, manifestazioni spontanee in solidarietà al “Black Lives Matter”, presidi sotto le ambasciate americane, piazze stracolme di giovani determinati a dire basta al razzismo e alla violenza da parte di chi indossa la divisa.

Anche a Roma, a piazza del Popolo, migliaia di ragazze e ragazzi hanno partecipato alla manifestazione in ricordo di George Floyd: “I can’t breathe”, “This is a white problem”, “Basta razzismo e abusi di potere”. Dalle 12.03 alle 12.11 tutti i manifestanti si sono inginocchiati a terra con il pugno alzato. 8 minuti e 46 secondi, il tempo in cui George Floyd è rimasto a terra schiacciato dal ginocchio di Derek Chauvin, senza poter respirare. Per tutto il tempo, migliaia di persone hanno gridato ‘I can’t breathe’, come ha fatto incessantemente Floyd.

Tornando agli Stati Uniti, secondo i dati di “Mapping Police Violence”, lo scorso anno 1099 persone sono morte per mano delle forze dell’ordine, di cui il 24% neri, nonostante siano solo il 13% della popolazione americana. Gli afroamericani, come riporta lo studio, hanno il triplo delle probabilità di essere uccisi dalla polizia rispetto ai bianchi, sebbene siano, in media, il gruppo etnico meno armato.

L’addestramento della polizia americana è tra gli aspetti maggiormente criticati. Ai poliziotti viene insegnato ad agire ancora prima che la minaccia si manifesti, invece che a reagire: è il principio della “Stand-your-ground law”, cioè della legge di autodifesa che solleva una persona dalla responsabilità penale nel caso agisca per ragioni di difesa personale. La legge è oggetto di dibattito perché di fatto non prevede una dinamica aggressione-reazione, ma basta una minaccia percepita a giustificarne l’applicazione

Viene chiamato “Fear-based training”, perché abitua gli agenti a temere costantemente per la propria vita. La “Stand-your-ground law” solleva gli agenti dalle accuse di omicidio in casi come quello di Floyd. Nel 99% dei casi, nessun poliziotto ha affrontato un processo per aver ucciso un sospettato.

L’omicidio di George ricorda quello di Eric Garner (afroamericano ucciso a New York nel 2014) la cui morte, assieme a quella di Trayvon Martin nel febbraio 2012, diede il via alla nascita del movimento Black Lives Matter. Garner morì nello stesso identico modo di George Floyd.

Non è la prima volta che a Minneapolis si vivono simili episodi: nel 2017 Justine Damond fu uccisa dopo aver denunciato un tentativo di stupro da parte di un agente, poi condannato a 12 anni. L’anno prima Philando Castile fu ucciso a colpi di pistola da un poliziotto: il processo terminò con un’assoluzione. Non sono mai stati processati invece i poliziotti che uccisero Jamar Clark nel 2015.

“La rivolta sociale, quella che abbiamo visto guardando Joker – il pluripremiato film di Todd Phillips – sembra dunque essere oggi esplosa negli States e, mentre Donald Trump dice ai governatori di usare la forza bruta e di mettere i manifestanti in prigione per 10 anni, ciò cui si assiste è una nuova solidarietà fra bianchi e neri, in nome della giustizia sociale. (…). I Joker, i perdenti dei processi sociali, tutti insieme, bianchi e neri sembrano dire basta al vero saccheggio: quello dei pochi ricchissimi ai loro danni”, scrive Elisabetta Grande nell’articolo “No justice no peace. George Floyd e la rivolta sociale: gli Stati Uniti al Redde Rationem?” pubblicato su MicroMega.

L’analisi di Elisabetta Grande – sicuramente non popolare vista la moda di giudicare “dall’alto”, provando a formulare rimproveri e ricette e ad offrire utili consigli sulle forme più idonee di protesta con la tipica arroganza di chi una piazza non la mai vissuta – rappresenta in pieno quella che è la mia idea sulla situazione attuale. Trump si comporta da arrogante, ma è un’arroganza mossa dalla paura. Le manifestazioni hanno inevitabilmente occupato i media, e la riflessione più condivisa dai cittadini americani è quella che dipinge “The Donald” come un presidente che non ha detto o fatto nulla né per calmare gli animi né preparare una strategia per le ingiustizie razziali che continuano a dominare la società statunitense.

Gli americani se ne sono accorti e si sono dichiarati solidali ai manifestanti (64 % solidali, 27 % no), secondo un sondaggio della Reuters/Ipsos. Lo stesso sondaggio ci informa che solo il 39 % approva la condotta di Trump sui manifestanti e il 55 % disapprova. Ci informa inoltre che Joe Biden ha un margine notevole su Trump per le presidenziali di novembre. Quindi, la strategia di Trump di concentrare i suoi sforzi sulla sua rielezione non sembra affatto promettente.

Dopo l’esplosione di rabbia iniziale, il movimento ha avuto una netta svolta verso una disobbedienza civile più pacifica con migliaia di persone arrestate ogni giorno per violazione del coprifuoco. Ieri a Los Angeles, centinaia di migliaia di persone hanno invaso la città per esprimere il proprio dissenso. Non possiamo prevedere nulla. Ma una cosa è certa: il capitalismo non è mai stata così in crisi. La disoccupazione è alle stelle, il malcontento è generale,la voglia di cambiamento si diffonde negli occhi dei giovani manifestanti che non hanno alcuna intenzione di delegare le proprie scelte o il proprio futuro, non vogliono più restare in silenzio. Gli Stati Uniti sono, ad oggi, una casa di carta pronta ad incendiarsi.

In conclusione, se i primi cinque mesi non hanno risparmiato sorprese, cosa dobbiamo aspettarci dall’imminente arrivo dell’autunno caldo? Veramente il 2020, ascoltando le parole dei sociologi e politologi, sarà l’anno del cambiamento? Veramente vivremo la stagione del “Canto della rivolta”? Non possiamo saperlo né possiamo provare a prevederlo. Scriveva Martin Luther King: “Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato, è il linguaggio dell’inedito”. Se mai accadesse, saremo pronti: a viverlo e raccontarlo.

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