#datiBeneComune: parlare di dati è un atto politico

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Le notizie delle ultime settimane hanno visto l’arresto di tre funzionari in Sicilia e un’indagine a carico dell’Assessore alla Salute Ruggero Razza per falsificazione dei dati sui contagi da coronavirus. Open Data Sicilia ha scritto un appello affinché venga reso noto l’intero processo di generazione, gestione e pubblicazione dei dati sanitari Covid-19, condizione che consentirebbe a istituzioni e cittadini di valutare l’attività amministrativa e giudicare i processi decisionali. 

Questo appello si aggiunge alla petizione #DatiBeneComune [Qui lo speciale di Change The Future] che persegue le stesse finalità, a livello nazionale, da ottobre 2020 a seguito della chiusura di teatri, cinema e musei. La petizione chiede dati pubblici, disaggregati, ben documentati e accessibili a tutti poiché ancora troppi dati sono chiusi, intrappolati dentro pdf scannerizzati o forniti con licenze chiuse che li rendono inutilizzabili. 

La voce delle associazioni in diretta YouTube

A oggi la petizione ha raggiunto circa 50.000 firme di cittadine e cittadini ed è stata promossa da oltre 190 organizzazioni. Il perché sia necessario, a più di un anno di pandemia, essere attenti alla gestione dei dati è stato il tema snocciolato nella diretta YouTube dell’8 aprile “DatiBeneComune – 50.000 buone ragioni per liberarli tutti”, organizzata da ActionAid Italia, OnData e Transparency International Italia. 

Dati e Covid-19

Il primo a intervenire è Nino Cartabellotta, medico e Presidente della Fondazione GIMBE che dall’inizio della pandemia effettua monitoraggi indipendenti sulla situazione pandemica e sulla campagna vaccinale. Racconta come la fondazione si sia scontrata fin da subito con la mancata disponibilità di dati in formato aperto e denuncia la parzialità dei dati forniti sul Covid-19: “Quando bisogna attivare le zone rosse localizzate non sappiamo esattamente se all’interno di una provincia ci sia un comune piuttosto che un altro a contribuire maggiormente alla crescita dei contagi. Non riusciamo ad avere tutti i dettagli su province e comuni. A livello provinciale conosciamo solo i casi, ma non la loro distribuzione. Per quanto riguarda i flussi relativi all’evoluzione clinica dei soggetti positivi non sappiamo quanti siano i soggetti che vanno in ospedale dall’isolamento domiciliare, quanti dall’area medica in terapia intensiva e quanti decedano dopo un periodo in terapia intensiva, e non abbiamo dati e mappature sui luoghi dei decessi”. 

Nella diretta sono intervenuti diversi ricercatori che hanno denunciato come la gestione dei dati della pandemia sia stata inefficiente, andando così a limitare la ricerca e la scienza. 

Parlare di dati è un atto politico

“Non è un discorso meramente tecnico, bensì fortemente politico –  aggiunge Elisa Visconti di ActionAid Italia – poiché ha impatto sui diritti delle persone. Questo è il primo periodo della storia a essere completamente data driven, e parlare di dati oggi è un atto politico: le decisioni dei politici partono da qui, il dato entra nelle nostre case e ci dice cosa possiamo e non possiamo fare. Parlare di dati significa quindi parlare dei diritti e del ruolo che i cittadini sono chiamati a ricoprire.” 

I dati condizionano la nostra vita quotidiana e dalle loro analisi derivano le scelte politiche sulle restrizioni e limitazioni delle libertà ed è fondamentale che cittadini e cittadine abbiano accesso a questi dati per monitorare le decisioni affinché vengano prese nell’interesse della collettività. 

Dati e giornalismo

Un altro settore che accusa questa mancanza è quello dell’informazione. Mara Filippi Morrione, in rappresentanza dell’associazione Amici di Roberto Morrione, ha sottolineato come l’accesso ai dati sia essenziale per il giornalismo, in particolare quello investigativo. “Senza dati certi un’inchiesta rimane solo un’ipotesi più o meno astratta – afferma Morrione – e posso dire dalla mia esperienza che le inchieste guadagnano una dimensione importante quando gli autori sono nelle condizioni di lavorare e ragionare sui dati. Roberto Morrione, giornalista per 44 anni in Rai e fondatore di Rai News 24, in un’indagine di 13 anni fa aveva ricostruito la vastità di questa mancanza di dati in Italia scoprendo che eravamo in Europa il paese ad avere il maggior numero di omissis tra i documenti pubblici. La situazione non è cambiata molto negli ultimi anni e se consideriamo l’alta presenza di corruzione e criminalità organizzata il dato diventa ancora più inquietante. Anche nel caso di questa pandemia – conclude la portavoce – l’Italia continua a distinguersi per poca trasparenza.” 

“La settimana in cui partì la campagna #DatiBeneComune – incalza Riccardo Iacona, giornalista di PresaDiretta – noi andavamo in onda con un’inchiesta sulla seconda ondata e ci siamo resi conto del terribile vuoto che c’era sui dati. La mancanza di dati era tale che siamo arrivati a chiederci come facessero i politici a prendere le loro decisioni. Attraversando le terapie intensive abbiamo scoperto che la stragrande maggioranza dei dati clinici dei malati o deceduti da Covid-19 non avevano la possibilità di circolare. Le piattaforme sulle quali vengono raccolti i dati non parlano tra loro e l’80% dei casi vengono raccolti ancora in cartelle cartacee, diventando così intrasmissibili. Stiamo combattendo il Covid-19 con la mancanza di dati sin dalla prima ondata.” 

Dati e democrazia

Gli interventi nella diretta sono stati molti, evidenziando così come il tema della mancanza di dati accessibili, disaggregati e completi tocchi in modo trasversale tutti i cittadini e le cittadine. Il fattor comune degli interventi è la consapevolezza che il tema della trasparenza dei dati tocchi la trama profonda dell’edificio democratico e che sia alla base del rapporto di fiducia tra il governo che impone regole e i cittadini che sono chiamati a rispettarle. Invece quello che si sta verificando da un anno a questa parte è – come ha sottolineato Elisa Visconti – una narrazione passiva del cittadino che è chiamato ad obbedire a delle regole delle quali fidarsi ciecamente.

“Chi lavora in emergenza sa che sono la consapevolezza e la presa di coscienza reale della situazione che ti spingono ad assorbire la logica della regola e della restrizione, e quindi ad adottare comportamenti responsabili nella tutela della salute di tutti e tutte.”

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