Libia, gli scenari futuri raccontati dal fotoreporter Valerio Nicolosi

› Scritto da Sofia Torlontano

L’8 luglio ricorre, per la prima volta, la Giornata Mondiale del Mediterraneo per tenere alta l’attenzione internazionale sui problemi geopolitici dell’area e ricordare i migranti morti nelle traversate.

Il Mediterraneo è protagonista di tre rotte migratorie fondamentali – ne abbiamo parlato nell’articolo Crisi dei Rifugiati in Europa – che coinvolgono direttamente e indirettamente l’Italia.

Il nostro Paese dista circa 355 km dalle coste Libiche (più o meno la distanza tra Milano e Bologna), e solo nei primi mesi del 2020 sono quasi 5800 le persone che sono sbarcate in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo Centrale.

In Libia la guerra va avanti dal 2014 e negli ultimi anni ha assunto una connotazione internazionale oltre che europea, mettendo in discussione in potere dell’Onu e della Nato nella risoluzione dei conflitti.
La situazione infatti è drasticamente cambiata a dicembre del 2019, quando il primo ministro Al-Serraj, al comando del GNA, ha stretto accordi formali con la Turchia per l’invio di forze militari in cambio di concessioni petrolifere.

La Turchia, infatti, ha un esercito molto potente (basti pensare che nel 2019 ha investito il 65 per cento di fondi in più nelle spese militari rispetto a 10 anni fa) per cui la sua presenza nel conflitto rimescola le carte in tavola.
Quando, nel gennaio di quest’anno, le truppe turche sono entrate in Libia, il generale Haftar e in suo LNA hanno proclamato il jihad contro la Turchia, e l’intervento turco in Libia è stato condannato anche da USA, Egitto, EAU, Arabia saudita, Israele, Francia, Grecia e Cipro.

A inizio 2020 la Libia è così suddivisa: da un lato c’è il premier Fayez Al Sarraj, a capo del GNA, con sede a Tripoli, sostenuto e legittimato dall’Onu e dall’UE, e appoggiato militarmente da Turchia e diplomaticamente da Qatar e Italia. Dall’altrolato, Haftar a capo dell’LNA, che ha il controllo sulla Cirenaica, ha l’appoggio di Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, Egitto, Russia e Francia.

Sulle nostre pagine social abbiamo parlato dell’evoluzione storica del conflitto dalla caduta del regime di Gheddafi in poi, ma quali saranno i possibili scenari futuri e come si evolverà la situazione?

Per capirlo, abbiamo intervistato Valerio Nicolosi, giornalista, fotoreporter e film-maker, che dal 2008 indaga sulle maggiori dinamiche a sfondo sociale in America Latina, Medio Oriente e in Europa. Ha partecipato inoltre all’operazione “Mare Nostrum”, documentando il lavoro delle navi italiane per l’operazione di salvataggio di migranti nel canale di Sicilia.

Cosa è cambiato dall’ingresso in campo della Turchia?
La presenza della Turchia ha modificato completamente l’assetto della guerra in Libia, poiché Erdogan ha investito tantissimo dal punto di vista militare e ha un esercito ben organizzato; Il suo aiuto ha fatto uscire dall’angolo Al-Serraj, che da più di un anno era in totale fase difensiva contro l’offensiva di Haftar, il quale nel frattempo era riuscito a conquistare gran parte del territorio intorno alla capitale.
Con l’aiuto turco Haftar è stato spinto fino a Sirte, per cui colui che era dato fino a quel momento come il “favorito” del conflitto, ha dovuto fare un passo indietro.

Quali possono essere i futuri esiti della guerra?
I possibili scenari posso essere solo due.
Il primo è un conflitto armato in cui Serraj e Erdogan, la “coalizione di Tripoli” continueranno la controffensiva, conquistando Sirte e quindi sconfiggendo Haftar. Questo però implicherebbe l’ingresso militare dell’Egitto nel conflitto, che ha dichiarato che se le truppe di Serraj dovessero oltrepassare il confine di Sirte, entrerebbe in guerra al fianco di Haftar. In ogni caso l’Egitto sta affrontando una grande crisi economica, per cui sarebbe comunque più debole della coalizione di Tripoli, e non potrà fare niente a livello di controffensiva.
Il secondo scenario è invece politico, in cui i sostenitori di Haftar (Egitto e Francia) chiedono una tregua e un cessate il fuoco per evitare la capitolazione del generale e una probabile guerra a Sirte. La tregua implicherebbe una divisione in due (se non in tre) della Libia, in cui Haftar controlla la Cirenaica (con l’appoggio di Egitto, Emirati Arabi e Russia) e Serraj controlla la Tripolitania, insieme alla Turchia (Erdogan ha già firmato un accordo su concessioni di infrastrutture, siti di ricerca e estrazione di petrolio nell’area di Tripoli). La terza divisione potrebbe riguardare il Fezzan, un’area ricca di petrolio ma ancora sotto il controllo di tribù e milizie armate riconducibili al terrorismo Jihadista.

Chi ci guadagnerebbe a livello economico, tra Haftar e Serraj, se la Libia venisse divisa? 
In realtà nessuno dei due ci guadagnerebbe o ci perderebbe, poiché anche se Haftar avesse il controllo sulla Cirenaica, area denominata “mezzaluna petrolifera”, tutto l’export di petrolio sarebbe comunque monopolio di Tripoli, e quindi in mano a Serraj.

Qual è la posizione dell’Italia?
Sicuramente la via diplomatica è quella più favorevole al nostro Paese, che nonostante non abbia le forze per combattere militarmente, è sempre stato alleato di Serraj fino all’ingresso in campo della Turchia; ora come ora l’Italia è talmente poco influente a livello economico/militare che potrebbe quasi fare da mediatore tra le due parti, e  quindi salvaguardare i propri interessi: dalpunto di vista economico potrebbe diplomaticamente mantenere i contratti di estrazione e importazione con l’Eni, che ha pozzi petroliferi in Tripolitania. Dalpunto di vista delle migrazioni, se Serraj rimanesse in campo, anche solo controllando la Tripolitania, le partenze e i migranti diminuirebbero, grazie agli accordi tra il primo ministro e l’Italia, anche se fosse un governo fantoccio sotto il controllo della Turchia.

Qual è il ruolo dell’Onu e della Nato nel conflitto?
L’Onu è abbastanza ininfluente nel conflitto. A gennaio 2019 ha indetto la controversa conferenza di Berlino, pubblicando una risoluzione che imponeva un cessate il fuoco da entrambe le parti. Eppure Haftar ha continuato la sua offensiva, e le potenze internazionali hanno continuato a inviare armamenti nonostante l’embargo permanente.
Per quanto riguarda laNATO, i membri interni all’organizzazione si stanno combattendo a vicenda, per cui l’alleanza atlantica a livello formale non ha più nessun potere. Molto dipenderà da chi vincerà le elezioni americane in autunno, poiché se vincerà nuovamente Trump, la NATO sarà finita.

Come stanno cambiando i numeri delle partenze in relazione al conflitto?
La questione è semplice: se i combattimenti sono fermi, le partenze continuano poiché i trafficanti sono tranquilli e possono spostare le persone da un posto all’altro senza problemi. Se invece si combatte, la situazione è più complicata, soprattutto se il conflitto riguarda la capitale Tripoli. Se invece i combattimenti si spostano a Sirte, il problema non si pone, poiché non è una città coinvolta nelle partenze.

Ci parli del documentario che stai producendo, “Frontiere”?
Il documentario racchiude una serie di documenti e materiali che sto raccogliendo dal 2018, cercando di trattarela questione migratoria in tutte le sue sfaccettature. Quello del documentario è un racconto collettivo, non c’è un protagonista assoluto. Spero di poterlo presentare in anteprima in qualche festival importante.