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Il racconto di una rivoluzione: recensione di “Slow News. A documentary”

› Scritto da Ygnazia Cigna

Alberto Puliafito e Andrea Coccia, due giornalisti, ci portano in viaggio con loro alla scoperta di un movimento rivoluzionario che si sta diffondendo in molte parti del mondo: Slow News.

Ci fanno conoscere chi fa di esso un metodo di lavoro, in particolare Peter Laufer che, giornalista e professore dell’Università dell’Oregon, è il fondatore dello Slow news movement. Un movimento che propone un giornalismo autentico fatto di narrazioni accurate, verificate e di valore. Contro il mito della velocità, lo slow journalism si impegna in un giornalismo sostenibile e indipendente abbandonando il mito del presentismo che lascia a far da padroni del mondo solo il presente, la simultaneità e l’immediatezza. La qualità torna al centro dell’informazione e la quantità riacquisisce la giusta contestualizzazione.

Nonostante un iniziale scetticismo nei confronti della possibile efficacia del “giornalismo lento” come risposta alla crisi del giornalismo di questi anni, il documentario Slow News ha saputo farmi cambiare idea a riguardo, mettendomi di fronte una realtà completamente inedita.

Le slow news possono ristabilire la fiducia dei cittadini nei confronti dell’informazione, soprattutto dei giovani. Gran parte della dieta informativa giornaliera di noi ragazzi arriva dal web, ma siamo sommersi di informazioni incerte, spesso fuori contesto e riusciamo ad elaborarne seriamente ben poche. Basta! Necessitiamo un rallentamento. Ecco perché un giornalismo “lento” non è un approccio anacronistico, bensì funzionale, analitico e innovativo.

Slow News ci racconta la crisi del giornalismo attraverso la voce di alcuni intervistati: lettori, giornalisti e cittadini. Indipendentemente dal ruolo emerge, a fattor comune, la consapevolezza che il web abbia arricchito la nostra quotidianità con informazioni in tempo reale in ogni momento, ma ha accelerato la dinamica delle fake news e l’abbondanza delle informazioni è diventata infobesità.

In questo cortocircuito dell’informazione Slow News ci dimostra che il buon giornalismo non è morto, ma sta assumendo nuove forme.

La crisi economica e culturale che vive da anni è anche causata da un deficit di auto-riflessione da parte dei professionisti dell’informazione e dalla mancanza di proposte concrete di reinvenzione da parte degli stessi. 

Slow news ci racconta di chi ha saputo aprire coscientemente uno squarcio in questo immobilismo, ribaltando completamente la situazione: gli slow journalist. Sono una risposta sociale e culturale concreta in questa fase di alluvione e di tumulto delle informazioni.

I fondatori del sito slow-news.com ci accompagnano in questo viaggio dentro al mondo degli slow journalist, i quali si impegnano a prendere per mano tutti quei lettori da troppo tempo abbandonati ad un mare magnum informativo per orientarli nella complessità del mondo in modo accessibile e “senza ridurre tale complessità ad una caricatura”.

“I siti di fake news­­­ che hanno funzionato di più sono quelli che hanno puntato tutto sulla contro-narrazione, e allora facciamola noi la contro-narrazione. Cominciamo a destabilizzare il sistema trattando gli stessi argomenti in un modo diverso”.

Ecco perché Slow News non racconta solo chi fa buon giornalismo, ma racconta una rivoluzione che, pur sembrando un’utopia, è già – da molte parti – realtà.

Titolo: Slow News

Regia: Alberto Puliafito

Anno di produzione: 2020

Durata: 93’

Tipologia: documentario

Paese: Italia

Produzione: IK Produzioni

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