“Un paese sicuro digitalmente è un paese democratico”. Intervista alla Ministra Paola Pisano

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Intervista a cura di Claudia Di Lorenzo, Chiara Macchi e Federico Brignacca

Change The Future ha intervistato la Ministra Paola Pisano, che da settembre 2019 è a capo del Ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, per fare il punto della situazione su come il nostro Paese sta reagendo all’emergenza che stiamo vivendo.

Con l’emergenza Coronavirus le scuole, le università ma soprattutto le imprese hanno dovuto fare i conti con il lavoro a distanza. Il nostro Paese era pronto?  

Il nostro paese non era pronto, basta pensare che nell’indice Desi (indice di digitalizzazione in Europa) siamo agli ultimi posti. Utilizziamo poco i servizi digitali e ci siamo trovati spiazzati nel dover utilizzare delle piattaforme per lavorare da casa, studiare da casa, magari aggiornarci e leggere, ma abbiamo capito l’importanza di Internet e della connessione. Nel giro di pochi giorni c’è stato un cambio culturale, che era il problema più grosso nel nostro paese. Non riguardava il fatto di non saper utilizzare un dispositivo digitale ma di non avere l’occasione, la voglia o la necessità di farlo. Come Ministero dobbiamo salvaguardare il diritto dei cittadini alla libertà, come sancito dalla Costituzione. Il nostro compito è quello di aiutarli, agevolarli e semplificare loro la vita in questo momento.

Quali dati sono a disposizione riguardo l’accesso alla tecnologia? Quanti ragazzi hanno accesso a un device diverso dal cellulare? E, se presente, come credete di poter colmare questo gap? 

Ci siamo resi conto che soprattutto la scuola ha bisogno di essere aiutata. La ministra Azzolina ha allocato 85 milioni sulla didattica digitale, selezionando cinque piattaforme per semplificare la didattica. Utilizzerà questo budget anche per comprare dei computer per le famiglie che non lo hanno epermettere ai loro figli di seguire le lezioni online. Dai dati Istat sappiamo che il 38% delle famiglie non ha un computer a casa, che 10 milioni di cittadini non hanno la connettività. I dati suggeriscono la necessità di un aiuto sistematico verso queste famiglie: da un lato l’impegno della Pubblica Amministrazione, dall’altro delle aziende laddove la Pubblica Amministrazione non può arrivare. Per questo abbiamo lanciato un progetto che si chiama solidarietà digitale: abbiamo chiesto alle aziende di mettere in comune i loro servizi digitali in modo gratuito, dalle piattaforme per lo smart working fino a quelle per la didattica online. Con le compagnie telefoniche si stanno cercando soluzioni per aiutare chi non ha connettività, chi ha pochi gigabyte, perché non se li può permettere o perché non ha un abbonamento.

Con l’emergenza abbiamo dovuto cambiare le nostre abitudini, per seguire le lezioni ma anche per restare in contatto con amici e parenti utilizziamo quotidianamente la tecnologia. La proprietà dei dati sensibili rischia di essere maggiormente violata in questo nuovo modo di comunicare? E se sì, come si può tutelare? 

Quando utilizziamo una tecnologia che non è stata sviluppata da noi dobbiamo adottare un approccio di fiducia, anche perché senza quella tecnologia oggi non potremmo fare tante cose. Pensiamo a quelle piattaforme di multinazionali, da un lato molto criticate, che però ci hanno permesso di lavorare in smart working e fare didattica a distanza. Sicuramente la tutela della privacy è importantissima ed è un diritto del cittadino, insieme al diritto alla libertà e al diritto al lavoro. Sono questi tre i diritti che in questo momento vengono compressi per salvaguardare il diritto alla salute. Bisogna fare attenzione quando si scambiano dati su una piattaforma di proprietà di un soggetto terzo, fare attenzione che non ci siano incursioni quando inseriamo i dati, e noi stessi non dobbiamo cadere nei tranelli cedendo il nostro user e la nostra password permettendo così l’accesso ai nostri dati. Da un lato, quindi, consapevolezza da parte del cittadino su cosa fare e non fare – non scaricare allegati che non si conoscono, installare antivirus e aggiornarlo – dall’altro sviluppare più attenzione alla sicurezza cibernetica e sapere che quando utilizziamo alcune piattaforme cediamo i nostri dati in cambio dell’uso gratuito delle loro tecnologie. Sicuramente ci vorrebbe consapevolezza da parte dell’utente su quello che sta dando in cambio per avere la gratuità di un servizio.

Quali crede saranno le conseguenze, soprattutto a livello sociale, di questa conversione al digitale? Crede che una volta passata l’emergenza lo smart working possa diventare uno strumento più utilizzato?

Questosta a noi. Le conseguenze possono sparire in un attimo, non lasciare traccia, oppure rappresentare una grande lezione per il futuro. Questa situazione ha acceso un faro sulla digitalizzazione e sull’utilizzo dei dati. Abbiamo davvero imparato molto, abbiamo imparato che possiamo utilizzare questi strumenti digitali nell’arco di due settimane e che la digitalizzazione, l’infrastruttura tecnologica, la connettività e i dati possono alleviare le sofferenze, migliorare le giornate e aiutare a svolgere le nostre attività anche in condizioni estreme. Sarà necessario fare il salto dall’emergenza alla quotidianità, alla fase due, con una apertura graduale, e pian piano convivere con questo virus finché non si troveranno vaccini. Dovremo essere bravi noi a indirizzare il Paese verso un approccio digitale. Banalmente anche l’esame del sangue potrebbe essere gestito in modo digitale e questo sarebbe un grande vantaggio per i nostri cittadini, per tenere nota e comparare i dati sanitari. Per questo stiamo per lanciare una applicazione che speriamo diventi l’applicazione unica di tutti i servizi della Pubblica Amministrazione, all’interno della quale il cittadino potrà trovare i suoi dati anagrafici e speriamo in futuro anche quelli che riguardano il comparto sanitario.

Quanto è vulnerabile l’Italia a eventuali cyber attacchi?

Una domanda molto complicata; diciamo che la domanda alla quale posso rispondere è che l’Italia deve iniziare a focalizzare la sua attenzione sulla parte di cybersecurity. Oggi le guerre si combattono in modo differente, un paese può essere messo in ginocchio da un attacco cyber e bisogna investire in sicurezza. Un paese sicuro digitalmente è un paese democratico. Noi spingeremo con tutte le nostre forze affinché si continui a investire in cybersecurity ma anche in cultura della cybersecurity, perché purtroppo anche questa è una tematica complicata. Quando un paese riceve attacchi cyber non condivide la procedura perché non è bello far sapere che la rete è stata bucata. Bisognerebbe elaborare un approccio comune, condividere quello che succede nelle varie aziende; noi stiamo definendo, all’interno della Pubblica Amministrazione, un perimetro di sicurezza nel quale definire quei servizi che noi chiamiamo “critici”, che hanno bisogno di un’attenzione particolare. Se un paese riceve un attacco su un’infrastruttura critica può essere messo in ginocchio, sia a livello di dati sia di servizi, perché ormai viaggia tutto sulle reti.

Ciò che è accaduto sul sito dell’INPS il 1° aprile, ovvero la diffusione di dati sensibili di alcuni utenti, crede che sia un esempio dell’arretratezza dei sistemi utilizzati nel nostro Paese? 

Sicuramente stiamo spingendo perché si investi in infrastrutture e piattaforme digitali, ovviamente la situazione alla quale INPS ha dovuto rispondere è stata molto pesante e molto critica. Ad oggi ci sono delle indagini in corso che faranno le verifiche del caso ma è importante che si impari una lezione, che non è semplicemente mettere a posto il sistema di un soggetto pubblico ma anche capire che bisogna investire in modo coordinato all’interno delle strutture della Pubblica Amministrazione, affinché sia semplice gestire i dati in poco tempo e in modo sicuro. Noi, come dipartimento dell’Innovazione, diamo il massimo supporto per far sì che i soggetti che ci circondano riescano a innovare e a rinnovarsi, per innestare l’innovazione e la digitalizzazione. Quindi,massima disponibilità a INPS per lavorare insieme.

Quali sono gli obiettivi e gli impegni per il futuro nel campo dell’innovazione tecnologica e digitalizzazione per il nostro Paese?

Abbiamo presentato un progetto a dicembre (“Italia 2025” ndr) ma quando si vive un’emergenza del genere alcuni progetti diventano meno prioritari. Sicuramente investire nella digitalizzazione dei servizi, nella possibilità di avere una cittadinanza digitale che permetta ad ogni cittadino di avere uno user e una password, delle credenziali per accedere ai servizi della Pubblica Amministrazione e un domicilio digitale al quale possano arrivare tutte le comunicazioni. Bisogna fareun investimento nelle infrastrutture e nella gestione dei dati. Importante in questo senso è riuscire a utilizzare i dati e la loro analisi in modo da prevedere le conseguenze di una manovra o di una decisione; quindi tanta digitalizzazione, tanta semplificazione per il cittadino affinché possa accedere in modo semplice ai servizi digitali della PA, investimento sui dati e sull’ innovazione del Paese. Molta attenzione alle start-up che possono davvero fare la differenza, che possono creare nuovi posti di lavoro, e infine focalizzarci sui settori che sono estremamente importanti: l’agricoltura, il campo sanitario, la sicurezza e la cybersecurity.

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