Tutti contro Tik Tok. Che fine farà il social network cinese?

› Scritto da Ken Anzai

Nell’agosto del 2016 il social network Instagram ha annunciato l’introduzione delle Stories, da molti definita la copia spudorata di Snapchat.

Sono passati quattro lunghi anni da quell’annuncio e Snapchat è ormai un’applicazione diffusa soltanto negli Stati Uniti mentre nel resto del mondo è utilizzata soltanto da una nicchia di persone.

Oggi, dopo quattro anni, Instagram si propone con Reel, dal concept molto simile a TIkTok, l’applicazione sviluppata da ByteDance, società che risiede a Pechino.

La domanda è spontanea: qual è quindi il destino di TikTok?

Le prospettive sono piuttosto negative, a causa di vari avvenimenti accaduti negli ultimi mesi in varie parti del mondo.

Partendo dall’India, si sa che è presente una guerra pluriennale sul confine con la Cina e nell’ultima settimana di giugno sono morti 20 soldati indiani.

L’ostilità nei confronti della Cina è mostrata anche attraverso il boicottaggio dei prodotti tecnologici e dei loro servizi. E così l’India ha vietato l’uso di TikTok, WeChat e altre 57 applicazioni gestite da società cinesi poiché “pregiudicano la sovranità e l’integrità dell’India, la difesa dell’India, la sicurezza dello Stato e l’ordine pubblico”.

Vietare l’uso delle applicazioni avverrebbe attraverso un accordo privato con Apple e Google, che renderebbero indisponibile l’installazione dell’applicazione nei loro rispettivi store: Apple store e Google Play. Si era palesata una seconda possibilità: il divieto di connessione con le determinate applicazioni attraverso un accordo con gli operatori telefonici locali. Tecnologicamente parlando, è impossibile.

In termini economici, nell’ultimo quadrimestre del 2019 ByteDance ha segnato un ricavo di 280 milioni di dollari (la maggior parte da TikTok). Per quest’anno era previsto il raggiungimento di 1 miliardo di dollari.

Nel frattempo, Cina e Hong Kong stanno diventando sempre più una cosa sola. È stata approvata la legge sulla sicurezza nazionale “che prevede l’istituzione di una commissione per la gestione della sicurezza nazionale che risponda direttamente al governo di Pechino. […] Avranno lo scopo di bloccare le attività terroristiche a Hong Kong, di vietare gli atti di sedizione, sovversione e secessione e le interferenze straniere negli affari locali”.

A differenza di Facebook, Google e Twitter che avevano negato al governo di Hong Kong l’accesso dei dati degli abitanti di Hong Kong, ByteDance ha deciso di ritirarsi direttamente da questo ampio mercato.

Ritirarsi dal mercato significherebbe anche inviare un messaggio di indipendenza dal governo cinese, che non si occuperebbe così di censura data la nuova legge così oppressiva.

Per Bloomberg questa scelta potrebbe essere un’arma a doppio taglio, escludendo alla popolazione di Hong Kong la possibilità di protestare tramite il social media (ricordiamo una situazione di denuncia riguardo i campi di concentramento cinesi ai musulmani qui).

La convinzione che TikTok sia un enorme pozzo di dati di singoli utenti è un’idea dilagante negli Stati Uniti, specie nella Casa Bianca. Infatti è stato vietato l’uso del social network ai dipendenti federali.

Il 6 agosto Trump ha firmato un ordine esecutivo nel quale vieta a qualsiasi azienda accordi con ByteDance dal 15 settembre 2020 e, al tempo stesso, Microsoft (e anche Twitter, ma le possibilità sono di gran lunga minori) ha assicurato che intende assicurarsi il mercato USA, canadese, australiano, neozelandese e forse quello europeo acquistando entro quella data l’applicazione TikTok. Comunque vada l’accordo, anche qui l’intenzione di bloccare l’uso dell’applicazione avverrebbe tramite l’indisponibilità sugli Store di Google e Apple, secondo Reteurs.

È il 24 agosto quando sul blog di TikTok appare una nota ufficiale, nel quale, in sintesi, ricorre ad azioni legali contro l’amministrazione Trump. 

Nel corso di questi ultimi mesi diverse persone si sono impegnate nel “reverse engineering”, scovando notevoli buchi a livello di sicurezza e privacy del social network, ma molti dubbi sorgono sulla natura di internet e delle sue regole che sono presenti.

Da ciò che era una landa deserta e anarchica, col passare del tempo internet è diventato sempre di più lo strumento fondamentale capace di influenzare ideologie e pensieri delle persone che vi ci abitano. Al tempo stesso, internet non è più quello spazio dove il governo può intervenire soltanto marginalmente.

Nel corso del tempo si sono tenuti vari dibattiti sulla pirateria, sulla questione dei diritti d’autore e sulla privacy. Esiste un ciclo storico nel quale si torna a parlare di una carta d’identità digitale, eliminando l’anonimato o il rilascio di una patente per la navigazione su internet.

La storia viene scritta da chi vince la battaglia, ma in questo caso è giusta la narrazione della chiusura di una società a causa di una serie di falle in ambito di privacy e sicurezza? Oppure sarebbe bene ricordare ai posteri che non sempre un errore è causa di un fallimento, ma ci sono casi nel quale le chiusure avvengono anche per questioni politiche?