Marco Vannini poteva essere salvato

› Scritto da Martina Lautizi

Il 16 Settembre si è svolta la terza udienza del Processo d’appello bis per l’omicidio di Marco Vannini, il ventenne di Ladispoli ucciso con un colpo d’arma da fuoco da Antonio Ciontoli il 17 Maggio 2015.

Prende la parola per primo il procuratore generale Saveriano, il quale chiede la condanna a 14 anni di reclusione per Antonio Ciontoli, colpevole di omicidio volontario; per Federico, Martina Ciontoli e Maria Pezzillo si è scelto di applicare la stessa pena oppure di applicare l’articolo 116 del codice penale (9 anni e 4 mesi). Per tutti e quattro gli imputati, ad esclusione di Viola di cui non è stata richiesta l’incriminazione, viene applicata l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La sera della tragedia, secondo la versione di Antonio Ciontoli, Marco si trovava nella vasca quando lui è entrato per prendere due pistole, e il ragazzo gli ha chiesto di vederle. Nell’atto di prenderne una, questa gli è sfuggita di mano ed è partito un colpo. Afferma di non essersi reso conto del fatto che la pistola fosse carica e parla di un colpo d’aria

Viene effettuata una prima telefonata al 118 da parte di Federico Ciontoli alle 23.40, poi annullata. Dopo 28 minuti di agonia, a chiamare i soccorsi è Maria Pezzillo che parla di una ferita dovuta a un pettine appuntito. Solo a questo punto vengono chiamati i genitori di Marco, ai quali viene detto che il figlio è caduto dalle scale.

A causa di questa dinamica omissiva si verifica la morte del ragazzo, perché il codice rosso non scatta e Marco viene portato al primo intervento di Ladispoli. Nessuno ha ancora parlato di arma da fuoco.

I soccorsi scattano solamente all’una di notte, quando il medico viene avvisato che si tratta di un colpo di pistola. Ma dopo il decollo dell’elicottero, dopo più di tre ore di sofferenza, Marco ha un arresto cardiaco.

La certezza cui si è giunti è la seguente: Marco avrebbe potuto salvarsi, ma a causa dell’omissione di soccorso da parte delle persone che erano con lui, non ne ha avuto la possibilità. Nessuno dei presenti ha fatto nulla per salvarlo.

Il Professor Coppi parla di delitto doloso perché, laddove la ferita fosse colposa, la famiglia Ciontoli avrebbe comunque agito intenzionalmente ostacolando e ritardando il soccorso. È stata provata la piena consapevolezza da parte di tutti e quattro i presenti della ferita di arma da fuoco, ed è stata perseverata la malafede con depistaggi e con un tentativo di corruzione del medico del PIT da parte di Antonio Ciontoli. 

Mamma Marina, in aula, afferma: “Tutti hanno collaborato per 110 minuti ritardando i soccorsi’’.

Durante l’udienza di mercoledì 23 settembre, dedicata alle arringhe dei difensori dei quattro imputati, parla l’avvocato Miroli: “L’importante non è che Antonio Ciontoli venga condannato bensì che lo si faccia in base all’esito dell’accertamento della responsabilità”, dice. “Emettere una sentenza per accontentare il popolo italiano è ben altra cosa, cioè è una vendetta”. In queste parole l’ultimo debole tentativo di difendere la famiglia Ciontoli.

AGGIORNAMENTO 30 SETTEMBRE

Nel processo di appello bis per la morte di Marco Vannini la Corte d’Assise d’Appello ha condannato a 14 anni Antonio Ciontoli per omicidio volontario con dolo eventuale e a nove anni e quattro mesi per concorso anomalo in omicidio volontario i figli Martina e Federico Ciontoli e la moglie Maria Pezzillo.