Recovery Fund: l’ultima occasione per pensare al futuro

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di Federico Brignacca e Jacopo Gasparetti

Il 9 settembre scorso sono state rese pubbliche le “Linee guida per la definizione del Piano Nazionale di ripresa e resilienza”, chiamato anche #Nextgenerationitalia, con il quale il Governo ha pubblicamente annunciato come ha intenzione di spendere la cifra record di 209 miliardi del Recovery Fund.

Queste linee programmatiche si inseriscono sul sentiero già tracciato dal Piano di Rilancio di cui ha parlato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte agli “Stati Generali” lo scorso giugno, ponendo alcuni obiettivi: digitalizzazione del Paese, il miglioramento delle infrastrutture, un’attenzione maggiore all’ambiente e alla sostenibilità, ma anche una riforma della Pubblica Amministrazione e la creazione di un tessuto economico più competitivo e resiliente.

Nell’articolo che abbiamo pubblicato ad agosto gli aiuti europei che il Governo è riuscito a portare a casa ottenendo, dopo lunghe trattative, la cifra più alta in Europa per la ripresa, abbiamo anche però sottolineato quanto fosse importante che tra questi fondi ci fosse l’intenzione di spenderne una parte per i giovani, per la loro formazione, per la ricerca e per l’istruzione. Per quanto riguarda la formazione le linee guida sembrano prestare grande attenzione all’incidenza, nel nostro Paese, dell’abbandono scolastico precoce, basti pensare che in Italia solamente il 27,6 per cento dei giovani tra i 30 e 34 anni possiede una laurea.

Ma è allarmante in Italia anche il dato ISTAT che riguarda i Neet, quei giovani che non lavorano e non studiano, che si attesta attorno al 22 per cento (fascia 15-29 anni), rappresentando la quota più alta tra i Paesi dell’Unione Europea e di 10 punti circa superiore al valore medio UE (12,5%). Sono dati allarmanti sui quali occorre intervenire ora e in modo incisivo.

Anche la ricerca e lo sviluppo sono incentivate e considerate nelle politiche di supporto del Programma. Ad oggi la spesa per questo campo è del 1,35 per cento del PIL a fronte di una media UE del 2,06 per cento.

L’obiettivo del Programma – riportano le linee guida – sarà quello di raggiungere come minimo la media UE e poi continuare ad accrescere il livello negli anni successivi.

Tra i temi che spiccano non manca quello dell’ambiente. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, intervenendo ad un dibattito organizzato dalla Scuola di Politichedi Enrico Letta, ha spiegato che la quota green dei fondi del Recovery Fund è il 37 per cento del totale, ovvero circa 40 miliardi (28 per cento della totalità dei fondi messi a disposizione di tutti i Paesi).  Tutti i pilastri dell’Italia nella gestione di questi fondi saranno attraversati dal green, seguendo un’idea di trasversalità in cui la salvaguardia dell’ambiente non è secondaria ma prioritaria e interessa tutti i settori.

Anche il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha ribadito in più occasioni che abbiamo davanti una grandissima occasione. “Gli importi a disposizione – dice Patuanelli – sono molto alti ma non sono risorse infinite. L’occasione è andare a rafforzare il nostro sistema di impresa, ma dobbiamo farlo nei tempi che ci sono concessi dal progetto europeo, non possiamo sbagliare le modalità esecutivi e la progettualità. Il nostro è un Paese che da vent’anni cresce poco e soprattutto meno di altri paesi europei, è un paese che ha una parcellizzazione delle proprie industrie, delle proprie attività produttive, molto marcata ed un paese che ha imprese sottocapitalizzate che hanno difficoltà di accesso al credito. Dobbiamo invertire questa tendenza”, ha concluso.

Le linee guida, un documento di ventinove pagine, presentano sei pilastri fondamentali su cui si concentreranno le spese del Recovery Fund: investimenti pubblici e concessioni, la riforma della Pubblica Amministrazione, le spese per Ricerca e Sviluppo, la riforma del Fisco, la riforma della Giustizia e la riforma del Lavoro. 

Per la realizzazione di tutti i progetti in programma le scadenze sono il 2021-2022 per l’impiego del 70 per centodei fondi, il 2023 per la parte rimanente e devono essere spesi entro il 2026. Impegnare dei fondi significa avviare delle gare di appalto per dei progetti e predisporre il tutto perché si possa appaltare il progetto ai vincitori delle gare. 

La speranza, che ancora rinnoviamo, è che davanti a così tante risorseci si ricordi dei giovani e dell’apporto che possono dare alla vita del Paese.

Proprio per questo, nei prossimi giorni, verrà pubblicato il “Piano Giovani 2021”, un documento rivolto al Governo con una serie di proposte concrete pensate e articolate nei mesi scorsi da diverse associazioni riunite sotto il nome di Rete Giovani 2021. I giovani, come più volte abbiamo detto, ci sono e hanno voglia di partecipare, rimane da capire se “gli adulti” ci vogliono ascoltare.