Un’associazione è un cantiere di idee (parte 1): studenti per gli Stati Uniti d’Europa

› Scritto da Valentina Benelli

Intervista ad Alfredo Marini, presidente di Students for the United States of Europe

Alfredo Marini, classe 1997, studente di Giurisprudenza dell’università LUISS, è il presidente di una delle associazioni più innovative tra quelle che parlano di Europa. Noi di Change the Future lo abbiamo intervistato per parlarne.   

“Come è nato il vostro progetto?”

Students for the United States of Europe è nata il 17 novembre 2017 da un nucleo di studenti di Giurisprudenza di cui facevo parte. È nata perché sentivamo la mancanza di un momento organizzato per poter parlare di Europa, soprattutto parlarne in maniera radicalmente diversa. Riteniamo, in quanto giovani cittadini comunitari, di avere una missione storica. Siamo in un periodo storico che Gramsci definirebbe “l’interregno”: sta per crollare un regno, sia a livello istituzionale che geopolitico, e sta per sorgerne un altro. 

“Perché avete fondato S.U.S.E.?”

Nasciamo come luogo per parlare di Europa, in generale. Lo riteniamo importante perché le sfide che ci offre il ventunesimo secolo possono essere vinte solo con strumenti continentali, e quelli attuali sono insufficienti. Siamo europeisti ma non ragioniamo in una logica intergovernativa, né vogliamo fermarci all’ottica della cooperazione internazionale. Vogliamo anche superare il concetto di federalismo, perché non ne esiste una forma adeguata al popolo europeo, per ora. Io voglio un ordinamento nuovo, voglio una costituzione nuova e soprattutto unica per tutti gli Stati europei: quella degli Stati Uniti d’Europa, appunto. Siamo unionisti, ci consideriamo portatori di una missione storica in quanto figli di un percorso di integrazione e cooperazione durato settant’anni. Vorremmo canalizzare la necessità che già risiede nel cuore di moltissimi europei: quella di tornare ad essere grandi, non cittadini di serie B, riappriopriandoci del nostro destino. Il desiderio di fondo del cittadino è lo stesso in tutti i Paesi europei: vogliamo un lavoro, pensione, educazione, sanità pubblica, sentirmi tutelato, al sicuro, democrazia, rispetto dei miei diritti e libertà, e noi dobbiamo e possiamo intercettare questi bisogni. Ma ci vogliono consapevolezza e coraggio. 

“Cosa volete portare di nuovo in Europa?”

Vogliamo creare un patriottismo europeo, perché un popolo europeo esiste, e non abbiamo paura di dirlo, perché ciò non annulla le identità nazionali. Ciampi diceva “Sono un europeo nato in terra italiana”. Sentiamo di avere una missione costituente e costituzionale. Sentiamo la necessità di un Welfare State a livello continentale, unico metodo sostenibile per garantire pensioni a tutti. Stiamo inoltre progettando uno statuto unico dei lavoratori. Vogliamo essere un’alternativa all’europeismo corrente, che spesso è ipocrita perché non vuole portare un cambiamento concreto oggi. 

“Qual è il vostro focus? L’aspetto culturale, politico, economico, ..?”

La nostra vocazione è tutto tranne fuorché partitica. Nessun aspetto, tra cultura, politica ed economia, può prescindere dagli altri per ideare un piano di sviluppo. Tolleriamo e ascoltiamo tutte le sensibilità politiche, intese come orientamenti politici, purchè abbiano voglia di essere i costruttori dell’Europa del domani. A maggior ragione in una struttura universitaria è giusto che tutti abbiano voce.

“Quando hai iniziato a sognare gli Stati Uniti d’Europa?”

Sono nato con questo sogno.. e non sto scherzando! In terza elementare pensavo già questa propensione, anche se in maniera molto grezza, ovviamente. Non ho mai visto di buon occhio quella cartina europea con 28 colori differenti: per me l’Europa unita sta nel destino delle cose. Studiare e occuparmi anche di politica è stato un acceleratore pazzesco per me, mi ha permesso di immaginare, proporre, confrontarmi. 

“Esiste un network di associazioni o persone che si occupano di Europa come fate voi?”

Sicuramente non siamo soli. L’anno scorso abbiamo avuto modo di organizzare una serie di eventi, tra cui uno con il vicepresidente del Parlamento europeo che ora è il Presidente, David Sassoli. Nella nostra università, a dire il vero, non c’era un grande humus: questo terreno era pressochè inesplorato nella realtà delle associazioni studentesche, il che ci ha incentivato ad occuparcene. Il network europeo è qualcosa che vorremmo creare e ci sono le sinergie per farlo. Quando abbiamo fondato l’associazione abbiamo ricevuto messaggi da ragazzi, ad esempio tedeschi e svizzeri, che ci appoggiavano. 

“Quali sono le cose più importanti che hai imparato confrontandoti nei dibattiti nell’associazione?”

Ho percepito che le donne e gli uomini di questa generazione vogliono fare qualcosa, non vogliono lasciare il pianeta così come l’hanno trovato. Mi ha fatto enormemente piacere vedere gli studenti avvicinarsi ad un tema difficile, controverso, pronti a combattere per un sogno. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con ragazze e ragazzi davvero intelligentissimi, e constatare che c’è speranza.

“Qual è la vostra visione per quanto riguarda l’economia?”

Partiamo dal famigerato euro: non si torna indietro su questo, anzi! È stata una grande conquista e va valorizzato. Penso ad esempio alla Corea del Sud, e non solo, che vede nell’euro uno strumento più sicuro rispetto al dollaro e alla sterlina, oggi, e questo è importante. L’euro è una valuta che può competere con qualsiasi altra, e anzi surclassarla. 

“Cosa manca oggi all’Unione Europea?”

Manca la politica. Manca la visione della Bce non solo come organo di fusione delle banche centrali, ma anche come sistema che si occupa di contrastare problemi come la disoccupazione, come accade negli Stati Uniti. Ci servono strumenti politici nuovi: abbiamo una moneta unica ma 27 politiche economiche diverse. Il problema sono le figure nazionali che sono troppo attaccate alla loro sovranità individuale. L’unità è fondamentale, ad esempio per le relazioni internazionali: nessuno Stato vorrebbe rinunciare ad un mercato di 500 milioni di persone. Se si è uniti si può scegliere con chi commerciare, ad esempio rifiutando le economie che sfruttano i lavoratori e anche, perché no, richiedere un prezzo più alto per le merci europee vendute all’estero. Un Paese da solo non potrà mai avere un potere simile nel nostro mondo globalizzato.

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